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Live Report: Slint @ Union Transfer, Philadelphia, 1/05/2014

Slint

di Stefania Ianne

In giro per gli USA. I tornado sono all’ordine del giorno. Torrenti di pioggia annunciano l’arrivo degli Slint per una delle poche tappe di una tournée ridotta per pubblicizzare la ristampa in edizione speciale di Spiderland (passeranno anche dall’Italia, a giugno). La seconda e l’ultima creazione degli Slint è stata pubblicato nel 1991 postuma, la band non ha retto allo sforzo creativo. Letteralmente. Spiderland è strano. Ti penetra nel cervello e ti rende inquieto, come se ti aspettassi che da un momento all’altro succeda qualcosa che ti cambia la vita, in negativo. Un incidente, uno scherzo finito tragicamente. Distrugge psicologicamente.

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Stasera è tutto il contrario, i fiumi di pioggia che bloccano le strade la sera prima del concerto scompaiono durante la notte. Il sole risplende. A pochi passi dal centro ripulito di Philadelphia e dal museo dalla scalinata più famosa del mondo hollywoodiano – impossibile non notare la statua kitsch che riproduce Stallone trionfante dal finestrino dell’auto che mi trasporta – si trova la Union Transfer, una delle venue più trendy di Philadelphia per la scena musicale indipendente. Il locale è un diamante in una zona dilapidata. Grandi spazi per un’acustica perfetta, un locale che è stato un mercato alla fine del XIX secolo e poi un magazzino di smaltimento per i bagagli durante la seconda guerra mondiale, forse una spaghetteria e un deposito di gomme nel corso dei decenni. L’impatto iniziale dall’esterno è impressionante, amplificato dalle chitarre lancinanti che penetrano dalle mura massicce durante il sound-check che precede lo spettacolo. Mentre cammino verso l’ingresso, dal parcheggio adiacente al locale un camioncino bianco scassato si ferma per lasciarmi passare. Riconosco il viso pulito del batterista Britt Walford alla guida probabilmente alla ricerca di una cena veloce mentre il locale si riempie e il gruppo di supporto, Spires That in the Sunset Rise, si esibisce. Sono due ragazze alla voce, al flauto traverso, sax, banjo e tanti effetti speciali. L’acustica impeccabile viene testata e spinta ai limiti da un miscuglio musicale arrogante che varia dai canti rituali delle popolazioni indigene a delle urla inumane e strazianti mixate in un sintetizzatore come se Diamanda Galas si fosse reincarnata in Kanye West, svuotando l’esecuzione di qualsiasi spiritualità. Possedute dalla propria musica e da un eccesso smaccato d’insolenza, la performance delle Spires è purtroppo mediocre e deludente e visualmente frustrante con le due ragazze sedute nella semi-oscurità e ripiegate su se stesse alla ricerca delle numerose strumentazioni a propria disposizione. Non è piacevole nemmeno il loro atteggiamento nei confronti degli Slint: introducono la serata/celebrazione di Spiderland con un commento della serie: sono passati 23 anni dalla pubblicazione di Spiderland… “how many people in the room were even born in 1991?”.

Con sollievo accolgo la fine delle loro manipolazioni. L’attesa per l’esibizione degli Slint non è lunga ma dolorosa per l’udito con un mix amplificato di estratti radiofonici tagliati e incollati in un effetto discordante stridente e inconcludente. L’unico effetto che presuppongo si volesse ottenere è un ritorno nel tempo, agli anni 90, la pessima musica pop che si ascoltava e le assurdità che si dicevano alla radio. Nulla di vecchio, nulla di nuovo.

Gli Slint finalmente arrivano sul palco. La batteria è super elevata, gli elementi altissimi coprono completamente Walford. Si nasconde dal pubblico. Tutto il gruppo sembra nascondersi e trasudare un atteggiamento rilassato e noncurante. Non hanno paura del giudizio del pubblico. Parla volumi la grafica del merchandising, sono circondata da ragazzi in maglietta/hoodie Slint con mano a pugno e il dito medio sollevato a creare la lettera ‘i’. Strana la scelta del primo brano dal vivo stasera, For Dinner. Uno strumentale dai ritmi rallentati. La musica è minima, un preludio inquieto, in sordina. Per tutto il concerto il ritmo è spezzato, soprattutto da Brian McMahan lentissimo a prepararsi. Ma il pubblico è paziente, rispettoso.  David Pajo alla chitarra all’estrema destra inizia ad intonare Breadcrumbs Trail e l’attesa è ripagata. La musica trionfa. McMahan è all’estrema sinistra del palco. Alla chitarra e alla voce, spesso solo alla voce, lo sforzo palpabile nel suo viso teso. La tensione è palpabile. Si sente che il ruolo del frontman non gli viene naturale. Per gran parte della performance ci dà le spalle, ci parla con dei toni da cartone animato per scaricare la tensione ma ho l’impressione che ritrovare queste canzoni lo scuotano in maniera eccessiva. E queste canzoni all’epoca hanno danneggiato il gruppo, lo hanno indebolito, meglio lo hanno ucciso. Ma riascoltando queste canzoni a distanza di decenni, la loro forza è evidente. L’acustica magistrale del locale rende l’esperienza indimenticabile. Inquietante il resoconto di Don, Aman con Walford alla voce e alla chitarra al centro del palco accompagnato dal solo Pajo. McMahan accovacciato all’angolo sinistro per le brevi intermissioni alla voce. Il ritmo delle chitarre aumenta, le teste del pubblico si agitano titubanti fino al climax liberatorio, violento… ma subito interrotto, nuovo cambiamento di ritmo, frustrante.  Il racconto quieto di Washer si insinua nelle nostre menti accattivate e quando McMahon pronuncia: “Promise me the sun will rise again…”  finalmente ci identifichiamo con la profondità dell’orrore in cui sono caduti. La musica risolve la tensione con una valanga di note liberatorie.

Impossibile non concludere la parte principale del concerto con Good Morning, Captain 8 minuti che esemplificano tutta la potenza e la tristezza inerenti alla musica degli Slint. Sin dalle prime battute la sala esplode e le teste continuano a vibrare.

Il repertorio degli Slint è limitato, ma per fortuna durante il concerto non dimenticano le distorsioni della loro prima produzione sperimentale Tweez all’epoca prodotto da Steve Albini, le canzoni rivoluzionarie dedicate ai genitori dei musicisti. Ci lasciano con uno strumentale violento, lancinante, Rhoda il pezzo dedicato al cane del bassista dell’epoca, l’unico pezzo mancante.

Scaletta:

For Dinner…
Breadcrumb Trail
Nosferatu Man
Darlene
Glenn
Washer
Don, Aman
Ron
Good Morning, Captain

Encore:

Rhoda
Pam

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