
Mauro Fenoglio ci racconta il concerto di Morrissey all’anfiteatro del Vittoriale per il festival Tener-A-Mente
di Mauro Fenoglio
“Ricercando me stesso, non ritrovavo se non la mia malinconia. Ricercando il mio silenzio, non ritrovavo se non la mia musica”.
(Notturno, Gabriele D’Annunzio, 1916)
L’ingresso del Vittoriale degli Italiani a Gardone Riviera, sponda bresciana del Lago Di Garda, complesso di edifici, vie, piazze, giardini e piccoli fiumi, di solenne serenità. L’ultima dimora che ha accolto il crepuscolo della “vita inimitabile” del sommo poeta Gabriele D’Annunzio, c’accoglie con la sua coppia di archi sormontanti una fontana. Sotto la volta granitica di uno degli archi, il motto del poeta: “Io ho quel che ho donato”. Una frase di Seneca, che rifugge l’elogio dell’accumulo fine a sé stesso, in favore del valore della condivisione, anche quando sia sofferta o difficile. “Io mi manifesto in quello che do agli altri”, in sostanza. Inevitabile pensare al signore di 66 anni, d’istrionica eleganza britannica (in esilio) che in poco più di un’ora si esibirà nell’anfiteatro del complesso. Progettato dall’architetto Giancarlo Maroni, lasciato incompiuto nel 1953, come azzardato incontro fra una certa idea di classicità e il furore del cemento armato moderno, poi completato nel 2020, rimane uno spazio affascinante con viste del monte Bardo, la rocca di Malerba, Sirmione. Come l’anfiteatro. A suo modo ambivalente anche Morrissey. Classico, ma con i lividi dei morsi di una modernità incurante di tutte le sue necessità di rallentare per indagare davvero sulle sfumature che stanno sempre dietro a tutto. Sempre meno efebico loser che condivide il diario urgente del cuore, sempre più diva imbronciata.

Moz ha sempre dato tutto quello che è, seguendo proprio la lezione di Seneca e come ammonisce l’ingresso del Vittoriale. Lo ha fatto immolandosi sempre alla sua verità non negoziabile, senza mai pretendere di rimodularsi per speculare su nuove inedite condivisioni. Rimanendo, appunto, un classico. Ma non incastonato in un passato memorabile e marmoreo, che non si aggiorna più. Mai chino (sotto il peso degli anni) su un viale del tramonto, lungo una parata di luccicosi greatest hits intrappolati in quello che fu, accarezzato dalle lacrime da “ultima volta” dei fan. Ha preferito sempre rimettersi in gioco. Addentrandosi con coraggio in una giungla moderna sempre meno pronta a capirne i brontolii.
Una “vita inimitabile” come quella del sommo poeta. Dagli attori da kitchen sink comedy o nouvelle vague in bianco nero virato seppia, dai gladioli piantati in tasca degli esordi mancuniani, fino alle bizze incomprensibili e malmostose del virgulto dandy adottato dalla California di oggi. Una vita in imperfetta solitudine, beata o sofferta che sia. Una solitudine di lamenti (da sempre) e consciamente fallace, umanamente fallace, che ha però deciso di non piegarsi ai tribunali di tendenza, scegliendo di continuare a dare tutto sé stesso agli altri, pregi e difetti. “Sono quello che ho donato”, anche quello che alcuni vorrebbero Moz si tenesse per sé. Ma forse non è lui ad essere cambiato dalle foto davanti al Salford Lads’ Club, dalla gang, dalle invasioni dei palchi britannici. Forse quella solitudine è rimasta sempre fedele a sé stessa e alla propria timidezza, da sublimare su un palco, aggrappato alle parole di una canzone.
Certo, il fisico e il tempo che passa hanno imbiancato la presenza e imposto il ritmo ma, alla fine, è stato il mondo intorno a lui a cambiare coordinate di gusto, convenzioni e necessità, a chiedergli di mettersi un cappello quadrato e farci stare la sua testolina (piena di pensieri) tonda dentro. Forse quella timidezza solitaria ed individuale non riesce più a rendersi davvero riconoscibile, dietro i gesti bizzosi della diva. È il destino dei solitari individualisti del ‘900, che hanno donato la loro esistenza (e il loro tormento) all’arte, senza necessariamente progettare di esserne ripagati. Vale per Moz, vale per Mark E Smith (che ormai sputa e bestemmia sottoterra), vale anche (a suo modo) per Kanye West. Per loro l’arte non sarà mai un’occupazione fatta di bilanci, di segni più e meno su cui pianificare la carriera, ma piuttosto espressione della loro umbratile, bizzosa, imprevedibile, appunto, inimitabile esperienza di vita.
E così, dopo una decina d’anni lontano dall’Italia, impreziosita da uno scazzo con un poliziotto in Via Del Corso a Roma, Moz torna in Italia per una nuova manciata di concerti esperienziali. La data del Vittoriale è stata preceduta da annullamenti in serie, dovuti alla stanchezza, il mancato supporto dell’industria musicale (ecco la diva, di nuovo), incidenti di percorso. Il pubblico che si accomoda sulle sedie dell’anfiteatro non è certamente più quello immortalato nel film del primo concerto solista di Moz alla Wolverhampton Civil Hall nel 1988. Non ci può più essere quel “falò dell’adolescenza” (per altro, titolo di lavorazione del prossimo album non ancora pubblicato perché rifiutato, ancora accidenti, dalla cattivissima industria musicale) tutto furore giovane, adorazione e condivisione fideistica, che gli anni e la sua migrazione verso altri lidi, gli hanno fatto evaporare attorno.
Un pubblico d’età media superiore e abbastanza internazionale, ma comunque vestito per l’occasione con tutti i simboli della fede (magliette di Morrissey e Smiths, in varia accezione) s’accomoda sulle sedie, lasciando che si liberi la solita (recente diatriba) tra le prime costose file di posti a sedere e gli adepti che vogliono stare per forza in piedi davanti al palco. Qualche discussione preventiva, piccoli litigi, ma tutto filerà liscio. Intanto, per accoglierci, il sessantaseienne cantante ha pensato bene di inserire un corridoio barricato fra sé e il pubblico. Le invasioni dei palchi da parte dei fan, a condividere le pene di Moz regalandogli un abbraccio, non sono più fra i desiderata. A questo si somma un’ispezione con il metal detector (richiesto il giorno stesso del concerto) dal livello paragonabile ai controlli in aeroporto e qualsiasi alimento o bevanda banditi dall’anfiteatro. Insomma, il pacchetto del volubile Morrissey pensiero è abbastanza completo, corredato da racconti di un suo pranzo in solitaria con divieto assoluto di vedere qualcuno della sua squadra addentare un panino nelle sue vicinanze. “Ho quello che ho donato”, tutto incluso.

Come in tutti i concerti di Morrissey, il preambolo è una cornucopia di riferimenti video e audio, che omaggiano le ossessioni dell’artista. Da Rita Pavone a Massimo Ranieri (Pietà Per Chi Ti Ama, scelto da una trasmissione RAI dell’epoca) ad attrici di soap opera britanniche, agli immancabili New York Dolls immortalati in una performance per la TV tedesca o al necessario Pasolini. Per entrare di nuovo nel mondo di Moz, la sala d’aspetto è un necessario ripasso delle sue ossessioni, come a dire “dove eravamo rimasti?”. L’ingresso, camicia scura aperta sul torso e immancabile mazzo di fiori in mano, porta ad un “salve, salve, salve” e ad un sentito “è un grande onore essere di nuovo in Italia”. Parte subito un’incalzante Shoplifters of the World Unite ed è subito happening. La voce (probabilmente riposata dai recenti annullamenti) in gran spolvero e una band che sembra fin da subito molto “in palla” e con un suono corposo ma mai troppo roboante. Il fido Jesse Tobias alla chitarra, affiancato dall’eclettica italo britannica Carmen Vandenberg (con un passato da residente a Lucca), il bassista Juan Galeano Toro, e il contingente texano, la tastierista Camilla Grey e il batterista Matt Walker, come macchina oliata a dovere, che s’incunea brillantemente fra gli evergreen degli Smiths e del Morrissey ’90, per lavorare con mestiere sulle tracce più recenti. Successi del passato, che arrivano inesorabili.
“Come sapete, la trascuratezza sessuale può generare grande poesia” introduce l’atteso tremolo dell’inno alla solitudine di How Soon Is Now? che continua ad essere quella sberla in faccia che aveva accolto una generazione di (non troppo) beautiful losers della prima metà degli anni 80. E in una carrellata che Moz affronta sventolando il cavo del microfono come fosse una frusta, altra tappa negli album delle fotografie indimenticabili è una Suedehead massiccia, osservata dallo sguardo del buon Jimmy Dean sullo schermo dietro al palco. Ma è tempo per tornare al presente. La diva incupita ci torna su: “In Inghilterra la libertà di parola è stata bandita. Ma non siamo in Inghilterra” e parte All You Need Is Me dal contraddittorio Years Of Refusal del 2009. La battaglia personale contro il suo paese e i suoi spietati mezzi d’informazione continua. Uno sguardo a Bowie con il jangle glam di Rebels Without Applause, singolo del 2022 che, prima o poi troverà posto in un album, e arriva la gradita sorpresa della serata. Sul maxischermo l’espressione austera e triste di Lou Von Salomé (amica di Freud e Nietzsche) fa da cornice ad una magica e intima versione di Please Please Please Let Me Get What I Want. E il ragazzo solo, innocente e ombroso torna ad emergere dalle brume di un sobborgo di Manchester per quei pochi minuti. Morrissey lascia in un angolo il crooner navigato, per tornare ad aggrapparsi al testo della canzone, come fosse l’unico possibile appiglio, come se oltre non ci fosse più nulla. In un’altra occasione sulla stessa canzone era scoppiato in lacrime, senza riuscire a finirla. Qui la porta in porto, caricandosi in spalla tutto il trasporto emozionale della platea.
Perché se “la guerra è vecchia, l’arte è giovane” come recita una scritta sul rullante della batteria, la solitudine esistenziale può essere ancora arte è quest’uomo, oltre la sua mezz’età, ne è la dimostrazione vivente. La serata in riva al lago procede con qualche divertito dialogo con il pubblico. “Ti amiamo”, “strano” si schernisce lui. “Sposami” qualcuno gli urla, “Quando? Perché?” ribatte. E dopo una I Know It’s Over tanto appassionata quanto è intensa l’interpretazione vocale e numeri più recenti dove emerge la capacità d’arrangiamento della band (Life Is A Pigsty, una conturbante All The Lazy Dykes e una tirata Jack The Ripper) arriva il momento del commiato. “Per i pensieri che ho in testa ho pagato caro e le cose non miglioreranno. Ma voi me le rendete più facili e per questo vi amo”. Certo, superficialmente derubricabile a reazione passivo aggressiva di un sessantaseienne che, semplicemente, non sta più al passo con i tempi. Forse, dichiarazione indomita di un individualista che non si ostina (nonostante il prezzo pagato) a passare la mano e ritrova il senso delle sue idee nella musica che rappresenta.
È il prologo al primo bis, Last Night I Dreamt That Somebody Loved Me, che chiude la partita “Smiths” a cinque tracce. Durante l’esecuzione, qualche improvviso problema sui livelli del suono creano disagio a Moz che, di par suo, abbandona il palco alla fine del pezzo e non esce per il secondo bis (doveva essere Irish Blood, English Heart dall’album del ritorno degli anni zero, You’re The Quarry). “Io ho quel che ho donato”, per un’esistenza portata nel corpo celeste di una canzone, trascinata oltre la propria timidezza su un palco, senza filtri. Prendere o lasciare. Rimane sul maxischermo l’immagine emblematica di un uomo che si spara alla testa con una pistola, in un bizzarro contrasto con la dolcezza del crepuscolo placido sul lago. L’autolesionismo di un individualista che non scende a patti, anche a costo di attentare ai pochi attimi di felicità rubati alla sua battaglia.
Lasciamo Gardone immergendoci nella dolce tortuosità della Strada Provinciale 45 bis, lasciandoci dietro gli alberghi extra lusso vista lago, cercando di abbeverarci a canzoni che in qualche modo lambiscano Morrissey senza mai toccarlo, per provare a trattenerne il simulacro. Da You Should All Be Murdered di Another Sunny Day o Janet, Johnny + James dei Fall (che ci convinciamo essere uno dei pezzi più morrisseyani che Mark E Smith abbia mai scritto). Intanto, ora che ha dato tutto quello che aveva dentro, la sua amata solitudine si è amorevolmente ripreso il buon Stephen. Fino alla prossima volta.