Dark Mode Light Mode

Intervista a Neil Hannon (Divine Comedy): “Grazie a Dio non ho avuto molto successo”

Neil Hannon racconta il nuovo album dei suoi Divine Comedy, Rainy Sunday Afternoon, e tutto il bello e le difficoltà di fare musica per 30 anni
Divine Comedy Divine Comedy
Divine Comedy

Neil Hannon racconta il nuovo album dei suoi Divine Comedy, Rainy Sunday Afternoon, e tutto il bello e le difficoltà di fare musica per 30 anni

di Stefania Ianne

Da trent’anni i DC scrivono canzoni che riflettono la vita come uno specchio. Neil Hannon è i Divine Comedy. Denominazione importante scelta da ragazzino quando non aveva assolutamente idea di quanto fosse culturalmente importante il nome che si era scelto per rappresentare la sua musica. Come dice Brian Eno la scelta del nome del gruppo sembra essere la parte dominante delle discussioni tra i componenti di un gruppo. Fortuna che i Divine Comedy sono praticamente una sola persona. Un uomo dell’Irlanda del Nord totalmente atipico, all’antitesi dello stereotipo della rock star. Lo incontro tramite video: è rilassato, indossa un cardigan e mi fissa con il suo sguardo intenso, pieno di curiosità, pronto alla sfida intellettuale. Disponibile e riconoscente che ancora tantissimi componenti della stampa siano interessati a scambiare due chiacchere con lui, dopo più di 30 anni di carriera. E risponde generosamente alle mie domande a volte impertinenti in una chiacchierata aperta, franca, tra due essere umani amanti della musica a 360 gradi. Parliamo soprattutto del suo ultimo disco, Rainy Sunday Afternoon. Entrambi abbiamo perso il conto, comunque l’ultimo in una carriera molto prolifica che lo ha visto scrivere canzoni anche per la televisione e il cinema, tra l’altro recentissimamente con una fortunata colonna sonora per Wonka, l’ultimo film sullo sfruttatissimo personaggio fittizio di Roald Dhal, Willy Wonka, questa volta interpretato sullo schermo da Timothée Chalamet. Ecco la trascrizione nella sua interezza della nostra simpatica chiacchierata in un pomeriggio afoso di mezza estate.

Ti dispiace se ti chiedo dove sei (vedo chiaramente la testata di un letto alle sue spalle)? Sei in una stanza d’albergo da qualche parte?
“Sono nel mio letto. Non sono proprio a letto, ma sono sul letto”.

So che ultimamente ti stai dedicando molto alla promozione e ho visto sui tuoi social che eri in Germania di recente. Davo per scontato che fossi ancora in viaggio. È un piacere conoscerti finalmente. Seguo la tua carriera musicale da un bel po’ di tempo. Come ci si sente dopo 30 anni in questa professione?
“Mi sento un rudere. Mi sento straordinariamente fortunato ad avere ancora un ruolo. Sì, voglio dire, tutto quello che ho sempre voluto fare è continuare a creare musica perché i dischi sono le mie cose preferite. Ma non è facile. Non diventa più facile creare. Ma almeno riesco ancora a farlo”.

Ti volevo proprio chiedere questo: diventa più facile scrivere musica con l’esperienza oppure no? Quando finisce l’entusiasmo giovanile e magari si fanno dei bilanci e si inizia a pensare a cosa avrebbe potuto essere migliore. Insomma è più facile essere creativi dopo 30 anni di carriera?
“No, diventa sempre un po’ più difficile. È difficile inventarsi qualcosa. Voglio dire, non ho mai cercato l’originalità di proposito. Ho sempre puntato su delle canzoni che siano belle, prima di tutto. Anche se essere originali è una cosa positiva. Ma penso che diventi più facile in un certo senso perché si diventa più competenti tecnicamente. Soprattutto ultimamente mi sono reso conto che per quanto riguarda gli aspetti tecnici, il suono dell’album, sono molto più competente rispetto agli inizi. Ora posso avere una bella conversazione con il fonico su cosa penso non vada e cosa potrebbe essere migliorato, mentre ai vecchi tempi dicevo qualcosa tipo, mi suona male ma non so perché. Ora penso di essere più esperto da questo punto di vista. Ma è una cosa piuttosto noiosa. Inoltre, impari dei piccoli trucchi per scrivere le canzoni. E questo significa che il processo è più veloce, ma spesso si cade nelle abitudini e, nelle formule. E sicuramente non voglio diventare uno stereotipo. Quindi cerco di rendermi le cose più difficili in vari modi”.

Per mantenere il tutto interessante per te stesso, suppongo, ma anche per chi ascolta le tue canzoni, non è vero?
“Sì, in parte per me stesso, ma soprattutto perché penso che le canzoni peggiorerebbero se non mi impegnassi. E ho davvero bisogno che le canzoni che scrivo siano interessanti per chi ascolta, perché è l’unica cosa che so fare nella vita. Quindi devo continuare a farla bene”.

Ho ascoltato con grande attenzione il tuo nuovo disco, e mi sono divertita molto ad ascoltarlo. È molto vario. Posso dire che a tratti mi sembra un musical? E mi piace soprattutto il fatto che anche se all’apparenza sembra spensierato, comunica dei pensieri molto profondi. Credo che il disco si trovi posizionato perfettamente su una linea sottile che delimita i due mondi. È stato molto bello ascoltarlo. Com’è stato realizzarlo?
“È bello sentirlo. La cosa divertente è che, sai, dici che si muove in un certo senso a metà strada tra la leggerezza e la serietà. Beh, probabilmente è quello che facciamo tutti, e io non faccio eccezione. Posso sentirmi molto serio e malinconico e anche fare battute sciocche, allo stesso tempo. E quando la gente mi chiede perché a volte cerco di essere divertente nelle mie canzoni, penso semplicemente che sia perché la maggior parte delle persone cerca di essere divertente. Esprimere il proprio senso dell’umorismo riflette meglio le persone e l’umanità. Odio davvero quei programmi TV in cui tutto è sempre cupo, triste e deprimente, perché non credo che la gente sia così, per lo più”.

Be’, alcune persone si prendono troppo sul serio.
“Non io, io non mi prendo troppo sul serio”.

È un approccio rinfrescante soprattutto di questi tempi. Ma, tornando al tuo ultimo disco, mi sembra che affronti tantissime tematiche partendo dal tuo passato, passando per il tuo presente, con delle riflessioni en passant sullo stato attuale del pianeta. È forse dovuto al tuo attuale stato d’animo? Probabilmente hai raggiunto un’età in cui hai iniziato a riflettere sul tuo passato, sul tuo futuro e sulla mortalità, soprattutto visto tutto quello che sta succedendo nel mondo.
“È quando ti rendi conto che c’è molto più passato che futuro nella tua vita e ti senti come se iniziasse un conto alla rovescia. E all’improvviso pensi, hmm, quanti altri album potrò fare? Capisci? Non ho intenzione di morire nell’immediato futuro, ma sì, è solo che ho iniziato a pensare che da questo momento in avanti è tutto un bonus. Ma questo mi rende ancora più desideroso di assicurarmi che ogni singolo pezzo di ciò che faccio sia il più perfetto possibile. Non si può mai raggiungere la perfezione, ma, voglio davvero che tutto sia il meglio possibile, perché, come ho detto prima, scrivere canzoni è l’unica cosa che so fare bene, quindi tanto vale metterci tutto”.

C’è molto da approfondire nel tuo disco. Ho visto sul tuo profilo Instagram un post dove hai chiarito l’ispirazione dietro il tuo video Achilles e l’atmosfera che volevi ricreare, partendo dalla mitologia greca. Ovviamente dal punto di vista visivo vedo anche un po’ l’influenza di Caravaggio. Ma hai affermato che la tua ispirazione è nata da una poesia inglese del 1915 Achilles In The Trench. Trovo piuttosto significativo che la riflessione inizi fondamentalmente da una poesia della Prima Guerra Mondiale. Perché il disco inizia da quel momento?
“Be’, è una storia piuttosto lunga. Inizia nel 2014. Era il centenario dello scoppio della Prima Guerra Mondiale. Ho letto un articolo su un giornale su questa poesia e non l’avevo mai letta prima di quel momento, quindi l’ho cercata e mi sono reso conto che era una poesia molto bella. E l’uomo che l’aveva scritta era molto interessante. In quel periodo avevo iniziato a sentire gli effetti della mezza età, a 53 anni, ed ero amareggiato dal pensiero dell’età che avanza. Ma l’autore di quella poesia, Patrick Shaw Stewart, era stato ucciso nella Prima Guerra Mondiale all’età di 24 anni o giù di lì. E quando ti rendi conto di queste cose ti viene voglia di darti uno schiaffo in faccia e dire: ‘Hai già vissuto due volte il numero di anni vissuti da quest’uomo’. Non c’è assolutamente nulla di cui lamentarsi. Dovresti sentirti molto, ma molto fortunato. E la canzone parla della morte come il tallone d’Achille dell’essere umano. È come se fosse sempre presente, incombe sempre su di noi. Ma se lo sai e lo accetti, allora puoi semplicemente dimenticartene, capisci? Ma probabilmente è impossibile dimenticarsene” [risate].

È un qualcosa che pende sopra la nostra testa…
“È la spada di Damocle”.

Esatto. Mi veniva in mente il termine in italiano, non in inglese.
“Come si dice in italiano?”

La spada di Damocle.
“Eccellente”.

È praticamente lo stesso.
“Sì, ma suona meglio in italiano, tutto suona meglio in italiano” [risate].

Forse è questo il motivo per cui hai scelto un poema storico italiano come il nome della tua band?
“Mi rendo conto adesso che forse è stata una scelta un po’ troppo ambiziosa. Ma non sapevo molto della Divina Commedia all’epoca. potevo avere più o meno 19 anni, quando ho scelto il nome. Quindi è solo col passare del tempo ho pensato, oh, merda, è un nome importante da onorare”.

Ma è anche un nome fantastico per un gruppo musicale. È un bel giro di parole.
“Lo è, lo è. [Dante] era molto bravo”.

Lo era, ma sai, essendo nata in Italia e avendo studiato la Divina Commedia a scuola ti posso dire che probabilmente era una delle cose che odiavamo di più.
“Davvero? Forse è come Chaucer”.

Esattamente. È più o meno la stessa cosa.
“Ti chiedi, ma che diavolo sta succedendo?”

Sì, perché lo sto facendo? Beh, da piccoli è più o meno questa la sensazione. E poi si cresce e si apprezza, si spera.
“Sì, e penso sempre: un giorno lo leggerò. Dovrei proprio, sai? Ho letto solo quattro gironi” [risate].

Beh, probabilmente è più di quanto l’italiano medio abbia mai letto perché è qualcosa che sei costretto a fare quando sei a scuola e quindi la curiosità praticamente si estingue all’istante.
“Oddio, sì”.

Ma rimane comunque nella psiche di tutta la popolazione.
“Immagino che sia come Shakespeare in inglese. È come se l’intera lingua fosse piena di citazioni shakespeariane”.

Mi piacerebbe molto parlare di alcuni testi del tuo disco. Se possibile vorrei iniziare da Can’t let go, anche se è l’unica canzone senza parole. È un pezzo molto melodico, intriso di tristezza. Ma è una sensazione piacevole, agrodolce, direi. Quindi sono curiosa di sapere: cosa non riesci a lasciar andare?
“Probabilmente è l’unico titolo che non ti spiegherò. Sai, l’indizio sta nel fatto che non ha parole. Ma penso che si possa intuire che quando hai perso qualcosa, fai fatica a lasciar andare e andare avanti. È una sorta di pace glaciale, lenta. Voglio dire, ho provato una versione orchestrale più corposa, ma non aveva la stessa intensità. Quindi, sai, l’ho semplicemente suonata al pianoforte e penso che funzioni bene. Gran parte della scrittura di canzoni ha a che fare con il lasciare che siano gli ascoltatori a decidere di cosa si tratti, e a lasciarli in qualche modo abitare la musica a modo loro. È uno dei motivi per cui le interviste possono essere difficili, perché spesso le persone non vogliono dare delle spiegazioni, ma nel complesso, sono felice di farlo. Sai, penso sempre che la domanda ‘di cosa parla questa canzone’ sia una domanda interessante perché molto spesso gli autori hanno delle immagini in testa. Ma per molti versi, una canzone parla di quello che tu che l’ascolti volevi che dicesse”.

E inoltre, fondamentalmente, come autore immagino che ti muova sempre sul confine che delimita il personale, ciò che entra a far parte della canzone e che è personale per l’autore, e il livello universale, perché per poter toccare altre persone, ci deve essere un qualcosa di universale, non credi? È questo l’effetto che cerchi?
“A volte. Mi piacciono le cose in cui molte persone diverse possono trovare una risonanza. Ma d’altro canto, sono perfettamente felice di scrivere canzoni che solo io posso apprezzare o capire. E speri semplicemente che gli altri ci trovino qualcosa perché, be’, ovviamente, vorresti vendere qualche disco. Ma, sai, nel complesso, ho sempre pensato che se mi piace qualcosa e ne traggo qualcosa, non sono poi così diverso dagli altri tanto che, anche gli altri non troveranno qualcosa che faccia per loro”.

Nelle note che accompagnano il disco si dice che probabilmente questo è uno dei dischi più personali che tu abbia mai scritto. Volevo solo dirti che ho molto apprezzato la canzone che parla di, suppongo, tuo padre, The Last Time I Saw the Old man, credo sia la mia preferita del disco.
“Oh, sei molto gentile. Bene”.

E ho amato in particolare l’immagine che usi nell’ultima canzone, Invisible Thread, quando parli dei fili invisibili che ti legano a tua figlia, che suppongo ti leghino anche a tuo padre, non è vero?
“Esattamente. Ed è genetico e spirituale, e non può mai andare via, capisci?”

Ci sono così tante immagini interessanti nel disco, a partire dai tuoi ricordi di quando eri bambino. Sai, sono rimasta sorpresa di trovare una canzone natalizia nel disco!
“Be’, è una canzone natalizia nata in un certo senso per caso, perché ho sempre voluto scrivere di quel piccolo viaggio che abbiamo fatto in famiglia, quell’anno. Non so nemmeno che anno fosse, probabilmente il ’77 o il ’78. Si dà il caso che fosse Natale e quindi diventa una specie di canzone natalizia”.

È una melodia incantevole. Un’altra canzone apparentemente divertente è quella sull’uomo che è diventato una sedia, in pratica, The Man Who Turned into a Chair. Devo dire che mi ha fatto pensare a Oliver Sacks.
“Anch’io ho pensato a lui”.

Quindi non sono la sola. Come al solito, però, mescoli la spensieratezza con la serietà assoluta, non è vero?
“È divertente. Voglio dire… È decisamente curiosa. Non è uno scherzo o qualcosa del genere. Sai, non ho bisogno che venga presa molto sul serio, ma mi piace quell’idea leggermente enigmatica e surreale dell’uomo seduto sulla sedia e gradualmente non riesci più a distinguere cosa sia la sedia da cosa sia l’uomo. E tutto questo è narrato da un coro tipo anni ’60, tipo The 5th Dimension. Allo stesso tempo, nella prima strofa, c’è il ricordo di quando ero un bambino quando non riesci a stare fermo un minuto e corri ovunque. Ed è proprio quella differenza tra il muoversi e il non muoversi, questo chiedersi da dove viene la forza vitale, l’energia, la vitalità, e poi nella seconda strofa, mi chiedo, forse se mi reincarnassi in uno di quegli uccelli meravigliosi, come una rondine o un martin pescatore, sarebbe bello, forse così potrei provare di nuovo la gioia del movimento”.

Musicalmente parlando, poi, ci sono alcune sfumature di musica spagnola che compaiono qua e là.
“Sempre. Sono sicuro si sente anche l’influenza di quella italiana e francese”.

Ma so che sei un appassionato di musica classica, quindi volevo chiederti se hai mai sognato di diventare direttore d’orchestra, magari, come carriera musicale, o comunque di entrare nel mondo della musica classica.
“Sono molto fortunato perché mi chiedano di fare cose molto interessanti, molto fuori dalla mia zona di comfort. Sai, ho scritto pezzi per orchestra e, ad esempio, un’opera breve. E anche se non so bene cosa stia facendo, ma fa parte del divertimento. Gran parte di ciò che ascolto è quella che tu chiami musica classica, suppongo. Non mi sono mai piaciuti molto i confini che vengono tracciati. Non capisco perché dovrebbero esserci dei confini, perché tutta la musica è fantastica. Certo c’è un sacco di musica terribile al mondo, ma non esiste un genere sbagliato”.

È qualcosa che fondamentalmente i giornalisti fanno per il proprio comfort, creano dei confini, delle piccole scatole in cui possono catalogare le persone.
“È colpa tua” [risate].

È tutta colpa mia. Nemmeno io sono una fan della catalogazione della musica, sai, e in realtà, è probabilmente una delle cose che cerco di evitare di fare.
“Una delle mie persone preferite è un tuo connazionale, Paolo Conte, e nella sua musica sembra non esserci alcun confine. Mi piace tantissimo. Un minuto è un po’ jazz, il minuto dopo è un po’ electro. Poi ci sono elementi di prog rock e della musica classica. E il tutto è mescolato in queste creazioni folli. Vorrei essere altrettanto intelligente per riuscire a mettere insieme tutto in quel modo, mi credi?”

Dopo tutti questi anni di carriera e tutte le interviste che avrai fatto, c’è qualcosa che vorresti che qualcuno ti chiedesse e pensi, perché nessuno me lo chiede?
“No, perché probabilmente penserei, perché nessuno mi chiede del calcio? Ma è ovvio che non lo fanno, perché non è il mio lavoro [risate]. Una parte di me, rimpiange un po’ i primi tempi, quando facevi interviste stupide con riviste stupide, riviste pop, e ti chiedevano letteralmente qual è il tuo colore preferito, o qual è il tuo gusto preferito di patatine. Ed era davvero divertente e stupido, mentre ora devo riflettere molto quando faccio le interviste” [risate].

Sono sempre incuriosita dal fatto che quando aprono le interviste al pubblico, in effetti, i fan fanno spesso questo tipo di domande, come: qual è il tuo colore preferito?
“Oppure: devi aver incontrato questa o quella persona famosa. Era gentile o davvero orribile? Sì, quel genere di cose”.

Questo mi ricorda, in realtà, uno dei tuoi testi in cui dici che fondamentalmente incontrare persone famose è probabilmente deludente perché alla fine, sono solo uomini, sono solo donne. Ma, allo stesso tempo tu sei una di queste persone famose. Pensi che la gente rimarrebbe delusa se ti incontrasse?
“Io deludo le persone continuamente, sai. La cosa strana è che non sono famoso per il 95% della mia vita. E poi, mi trovo in certe situazioni, di solito quando vado a un concerto oppure ovviamente durante e intorno ai miei spettacoli, o quando sono in una stazione radio o qualcosa del genere. E all’improvviso è come se tutti fossero consapevoli di me e di chi sono, quando per il resto della mia vita a nessuno importa chi io sia. Mi piacciono entrambe le situazioni. Probabilmente sarei deluso se nessuno mi riconoscesse mai. Ma, per lo più, l’anonimato è piuttosto utile, soprattutto quando si cerca di scrivere della vita, capisci? Dev’essere molto difficile continuare a scrivere canzoni, in un certo senso umane, se diventi terribilmente, terribilmente famoso. Perché non vivi come tutti gli altri”.

Non solo: devi anche cercare di proteggerti dal continuo assalto del pubblico, può diventare davvero invivibile.
“Direi di sì. Quindi, grazie a Dio non ho avuto molto successo” [risate].

Beh, sei famoso al punto giusto.
“Giusto”.

Dopo Wonka, scriverai altre colonne sonore? Ti diverti a farlo?
“Beh, è una sfida meravigliosa, diciamo. Divertimento forse non è la parola giusta. Ne farò delle altre se le persone giuste mi chiederanno di fare i progetti giusti. Sono estremamente esigente su questo punto. Probabilmente avrei potuto cambiare lavoro e scrivere per la TV e il cinema a un certo punto. Ma non ho voluto farlo perché mi piace troppo fare dischi e andare in tournée”.

Advertisement