
Renato Failla ha incontrato Deda in occasione del live torinese per farsi raccontare il suo ultimo album House Party
Andrea Visani è conosciuto da tutti soprattutto con il nome Deda. A lui, Neffa e Gruff dobbiamo gran parte della storia del rap italiano e le sue evoluzioni grazie ad una personalissima visione e un metodo analitico profondo che andasse a scavare anche nel Jazz, Soul e generi apparentemente distanti da ascoltare, studiare, comprendere e interiorizzare prima di arrivare ad un più classico boom bap in 4/4. E proprio per questo e per un percorso costantemente segnato dalla curiosità, volontà di sperimentazione e anche coraggio nell’uscire dalla comfort zone inevitabilmente costruita da SxM dei Sangue Misto che Deda è innanzitutto Andrea ma anche Oké, Katzuma ed altre declinazioni atte a sedimentare uno stile unico e d’avanguardia, tutto riportato nell’ultimo disco, House Party, uscito a novembre 2022 per Virgin/Universal. Un album collaborativo in cui inserire alcune delle firme più importanti del Rap italiano, dagli anni 90 ad oggi. Quella costante voglia di provare soluzioni nuove, per certi versi anche innovative, si trova dentro un disco che raccoglie gli ultimi quindici anni di lavoro di Deda e la capacità di un direttore d’orchestra con la sua esperienza si rivede nelle soluzioni differenti trovate per ogni artista. Ognuno degli ospiti è inserito in un contesto nuovo ma non svuotato dalle proprie caratteristiche, per condensare stili diversi in uno solo, in questo caso quello di House Party, con quella stessa capacità che Andrea Visani ha messo a servizio dei suoi diversi progetti. Ma in questa chiacchierata è Deda e l’occasione, molto ghiotta, è prima della sua data al Bunker di Torino.
Iniziamo con una domanda magari banale ma…
“Se vuoi ti dico quante volte me l’hanno chiesta. Vediamo per ogni domanda come va” (risate, nda)
Va bene, perché cerco sempre di non ripetere quello che hanno già chiesto gli altri.
“Anche perché certi aspetti di questo lavoro che incuriosiscono il giornalista secondo me sono abbastanza sterili. Per esempio mi chiederai: ‘come hai scelto i featuring?'”
Non proprio così ma è più marzulliana, le faccio sempre e quindi tocca anche a te: sono stati i featuring che hanno scelto le canzoni o viceversa?
“Sono successe entrambe le cose, in alcuni casi è successo in un modo in altri viceversa. Ci tenevo sempre a dare ad ognuno di loro qualcosa che secondo me fosse nelle sue corde, proprio perché uno dei motivi per cui ho fatto questo progetto è che ormai i generi sono molto mischiati: uno rappa, canta, bpm, cassa dritta, quindi questa cosa volevo sfruttarla tanto, perché di fare un disco che fosse tutto hip hop classico non ne avrei avuto voglia. E quindi, a Salmo che spesso scrive su robe veloci ho proposto beats di quel genere. Però, sì, di base il mio metodo era, una volta sentiti e verificata la disponibilità, di proporgli un po’ di cose e poi dopo loro sceglievano. Per esempio, la base per Ensi, è una delle più particolari del disco, poteva essere utilizzata solo da lui secondo me… quindi sono super contento che gli sia piaciuta. Va detto che all’inizio lui aveva scelto qualcosa di più canonico ma poi ci siamo convinti entrambi che quella utilizzata poteva diventare una bomba con un sound meno scontato. O forse sono io che l’ho quasi obbligato (risate, nda.) No, non è vero, però sì, in altre occasioni è successo il contrario. Addirittura per altri brani è stato un percorso abbastanza lungo, poi il Covid di mezzo. Un paio di pezzi li ho quasi remixati perché li avevo chiusi tanto tempo prima e, sai, un po’ la prospettiva ti cambia dopo un anno e poi era per dare uniformità con il resto del disco. Procedimenti diversi, anche perché non lo avevo mai fatto e tutti i colleghi producer mi avevano avvertito riguardo il carico di lavoro. È complicato, tutti loro sono grandi professionisti sempre impegnatissimi, se non hanno il tour, hanno il disco, o la promozione, un film, altre mille cose, quindi riuscire a portarla a casa non è mai semplice”.
Prima hai detto che è tutto un po’ mischiato, c’è chi rappa, chi canta. Tempo fa durante l’intervista al Colle De Fomento Masito ha parlato di questa eccessiva confusione per cui tutti dicono di fare Rap ma in realtà la maggior parte cantano e fanno sostanzialmente Pop. Non c’è differenza tra un rapper di Milano o di Roma perché hanno tutti lo stesso gergo. Poi, anche la dichiarazione di Lazza dopo Sanremo in cui ha detto che il Rap ha vinto, pur non avendo portato un brano rap.
“Non sono uno che si barrica dietro le parole. Penso che questa cosa sia successa anche con il Jazz tanti anni fa, per cui ad un certo punto qualcuno ha iniziato a cambiare e quindi non era più Jazz. Credo che i generi esistano e in qualche modo siano anche utili per orientare un po’ chi ascolta, e ci sta, però sono convinto non si possa troppo mettersi con il metro e dire ‘fino a lì è Rap, dopo no’. Esperimenti in cui il Rap si avvicina al cantato ne sono già esistiti a fine novanta, nei primi duemila. È giusto che le cose evolvano. Non mi piace tanto l’atteggiamento di delimitazione netta ‘noi facciamo rap, voi fate qualcos’altro’. Può anche essere vero da un certo punto di vista. Chiaro che con il pezzo di Lazza a Sanremo non mi viene da dire sia Rap, anche se capisco perché lui lo dice, perché comunque lo rappresenta, è un rapper e anche molto bravo. Però credo sia anche un po’ sterile come concetto o stare troppo a dedicarsi a questa discussione. Ognuno fa quello che si sente, che lo rappresenta, poi riguardo il cantare tutti ‘la tua tipa, la mia tipa’ o riguardo il mix di slang per cui è tutto uguale, quello lo noto anch’io. La quantità di testi d’amore, penso sia un caso solo italiano. La gente dopo un po’ si annoia a sentire sempre ‘ste canzoni d’amore, non lo so. Però quando si inizia a parlare di musica per catalogare non mi sembra molto rilevante, soprattutto al giorno d’oggi visto il cambio musicale fortissimo rispetto a dieci anni fa. Ci siamo tolti dai coglioni Biagio Antonacci e compagnia bella, semplicemente per il fatto che forse siamo rimasti l’ultima nazione d’Europa ad avere il 99% di quella musica che girava in radio. Va riconosciuto e va apprezzato che questa ondata di artisti di cui parliamo ha cambiato la musica in Italia, e grazie al cielo. Io che sono un vecchio l’ho visto veramente come una figata. Finalmente accendi la radio e senti la musica con i bassi, con le produzioni più fighe. Poi c’è la roba che ti piace, quella che ti piace meno. Però, insomma…”
Tornando invece strettamente al tuo lavoro. È uscito il disco a firma Deda ma nel frattempo, tra un Deda ed un altro, ci sono stati Katzuma, Oké, il cui primo lavoro adesso è anche rimasterizzato. E sono progetti differenti, a riprova di quanto che hai detto riguardo la musica e i confini che per te non sono così stretti.
“Ascoltare un solo genere musicale secondo me può funzionare quando sei giovane, per cui ti identifichi con un mondo, e diventa appartenenza che esula dalla musica. Dopo un po’ se ti piace suonare, se ti piace la musica in generale e se hai un po’ di curiosità è chiaro che il bisogno di spaziare lo senti. Personalmente non mi sono mai limitato rispetto a sperimentazioni ed entusiasmi, cose nuove. Sono sempre stato un po’ in quel modo lì. È anche una questione di longevità: per come ho fatto musica io era fondamentale trovare il modo di cambiare ogni tanto, fare cose nuove. Poi quello che ti dicevo prima, dopo un anno e mezzo, quasi due a produrre House Party non vedevo l’ora di tornare a fare altro. Per passare tutti i giorni in studio devi proprio avere una grande forza, oppure stati guadagnando veramente tanti soldi, che non è il mio caso, purtroppo, aggiungo, però, insomma… allora il motore probabilmente diventa quello e comunque a lungo andare stanca lo stesso e si sente quando lo fai solo per quel motivo. Però capisco anche quando trovi una formula che funziona tanto a livello di risultati economici, di gente, numeri e stai lì, ci sta. Per me però è stata sempre una questione di divertimento in studio”.
D’altronde una cosa che racconti spesso riguarda l’aver imparato a suonare strumenti per ampliare il tuo sguardo.
“Sì, con questa cosa non vorrei però dare l’impressione di aver fatto il conservatorio o robe simili. Diciamo che ho fatto lo stretto indispensabile per iniziare un po’ a parlare quella lingua lì dopo anni durante i quali avevo fatto tutto un po’ ad orecchio. Sai, l’hip hop permette molto di fare musica senza conoscerla, è una delle sue forze. Però arriva un momento in cui se ti devi interfacciare con altri musicisti vuoi anche un attimo spostarti su un altro piano. Era sì importante per questo ma era comunque una cosa che ho sempre voluto fare. Lo racconto spesso che il nostro gruppo di Bologna, io, Neffa, Dee Mo, subiva molto il fascino dei musicisti; i jazzisti sono sempre stati degli idoli, quelli a cui guardare perché ci rendevamo conto che anche l’Hip Hop andava a pescare da lì campionando i grandi musicisti degli anni 60-70. E poi il fascino di vedere un jazzista con il suo strumento, il modo di riuscire ad esprimersi. Oltretutto c’è questa idea del freestyle che accomuna un po’ i due generi. Quindi sì, era sempre stato un po’ quello l’esempio a cui tendere, ovviamente non è che ti puoi ispirare a Coltrane. O meglio, sì, però sapendo bene che stai parlando di un alieno”.
Però lo stretto indispensabile che ti permette…
“Sì, che mi permette comunque di fare il mio, di interfacciarmi con i musicisti. Per altro, ho un po’ di progetti in cui suono dal vivo con i musicisti e quindi diventa fondamentale parlare la stessa lingua”.
Parlando di lingua e quindi di estero, l’esperienza con Katzuma e Oké ti ha fatto arrivare molto oltre confine.
“Va detto che l’Italia non è il paese più stimolante. Nonostante i cambiamenti di cui abbiamo parlato prima rimane abbastanza limitato, soprattutto per certi generi. Dall’altra non è neanche una cosa che ho pensato in maniera lucida, fare musica per l’estero. Il progetto è nato così, ha avuto più riscontri all’estero che in Italia e mi gratifica ancora di più perché all’estero nessuno sapeva chi fossi. Non c’era quell’aura dell’ex Sangue Misto, che comunque mi porto dietro tutt’ora con piacere ed orgoglio, ma con il rischio sempre che venga riportato a quello mentre magari stai facendo tutt’altro. Quando ti scrive un’etichetta giapponese che vuole fare uscire il tuo disco perché gli piace non avendo idea di chi tu sia è più gratificante, vuol dire che è piaciuto il progetto”.
Deda e House Party, per collegarci al tuo inizio di carriera, è un po’ una voglia anche di ricreare quella forza del collettivo che fa musica insieme?
“Da un lato mi piaceva, non lo nascondo, provare a fare una cosa che avesse una certa rilevanza in Italia, allo stesso tempo farla con dei cantanti, musicisti, rapper, quindi non più solo strumentale, o comunque con qualche apporto vocale, ma proprio un disco con qualcuno. E poi, ripeto, il fatto che i generi si fossero molto mischiati e le cose che sentivo in giro mi hanno portato a pensare che poteva essere divertente fare un progetto del genere. Chiaramente fare un disco con gente che ti canta sopra le basi è diverso, affidi buona parte del risultato finale a qualcun altro, non hai il controllo totale e per quello ti deve piacere il gusto della persona con cui collabori. Quindi sì, c’era anche quella voglia di coralità che mi ha spinto a farlo”.
Sei stato quasi due anni dietro questo disco come produttore e artista. Come si fa a guardarsi dall’esterno per cercare di essere il più obiettivo possibile?
“Mentre lo facevo avevo un po’ un pensiero fisso, quello di riuscire comunque a rappresentare anche il mio mondo, nonostante fosse una cosa corale, a non cadere in tentazioni strizzando l’occhio a certe mode un po’ attuali. Non nascondo che ogni tanto in studio c’ho provato, anche solo per vedere che effetto facesse, se fossi in grado di farlo e come lo dovessi fare. Poi, ad un certo punto ti fermi perché ti rendi conto non essere roba tua, non rappresenta niente di te. Mentre credo che in tutto il disco, ogni pezzo, ogni base per diversa che sia comunque ha a che fare con tutto quello che ho ascoltato, quello che mi piace, mi entusiasma. A me i suoni nuovi, la Trap, piacciono molto però non sono i miei, e non volevo fare quella mossa lì del dire: ‘ok, siamo nel 2022, faccio anch’io quello che stanno facendo tutti perché so che va, piace’. C’è molto Funk, Soul, ci sono anche esperimenti. Ma comunque sono io, ho una storia, un background, un gusto”.
C’è in House Party un brano preferito o che ti ha colpito sin da subito?
“Chiaramente no, ogni volta che ne chiudevo uno ero contento del risultato perché pensavo appunto di aver mantenuto fede a quanto ti ho detto prima. Al giorno d’oggi poi, ogni nome porta con sé un bacino di utenza diverso. Fare un pezzo con Al Castellana o con Salmo non è la stessa cosa. Anche a livello di numeri e Spotify te la spiattella lì, non te lo devo dire neanch’io. Però, per quel che mi riguarda, ogni canzone ha il suo motivo di esistere e al giorno d’oggi, se ci pensi, non è neanche poco perché esce talmente tanta roba che certe tracce sono un po’ anonime, va detto, eh. Uno dei problemi di questa ondata che ha fatto tanto bene alla musica italiana è che comunque, adesso, porte aperte… e infatti, non a caso, quando arriva qualcuno che ha quella marcia in più, ha qualcosa da dire, spicca tanto e te ne accorgi”.
Credo già di sapere la risposta ma hai mai immaginato questo disco dal vivo con tutti e una grande band dietro tipo orchestra?
“In realtà ti giuro di no, perché sarebbe talmente impossibile da fare che neanche c’ho pensato (risate, nda). Però una formula con qualcuno di loro sarebbe stato figo, con i musicisti però…”
Quindi queste serate che stai facendo come dj set in che modo le strutturi rispetto al disco?
“In realtà anche questa è un’incognita perché sono abituato molto a vedere cosa succede durante la serata, chi ha suonato prima. Non sento proprio l’obbligo di suonare i pezzi del disco, se non uno o due, se ci stanno o meno. Ogni volta che mi contattano lo specifico sempre non essere la presentazione del disco. Comunque, il disco si chiama House Party per giocare un po’ su questo equivoco qui, è una festa in casa. Nelle serate suono più volentieri musica Funk, Disco o House. Mi piace fa ballare, ecco, e certi pezzi del mio disco non sono pensati per quello, non potrebbero avere senso in una serata se non come intro o qualcosa del genere. Faccio dj set da tanti anni e ho imparato che devi seguire il mood della serata e quando la gente inizia a ballare è meglio assecondare quell’onda lì piuttosto che dire: ‘Ah, ma adesso devo mettere il singolo così la gente lo sente’”.
Rimanendo in tema dj set, premetto che non ho la tua esperienza pur avendo qualche anno alle spalle, e quindi mi pongo anche da fruitore: in contesti più eterogenei ho l’impressione si balli sempre con la stessa musica, con quelle canzoni lì.
“Non saprei… credo che col mischiarsi dei generi e dei gusti delle persone in Italia sia cambiato anche il modo di divertirsi ad una serata. Parlo di serate col dj, non di eventi live con gli mc’s dove il modo di partecipare del pubblico è diverso. Se è un djset si presuppone che tu vada per ballare, che sia in un club o ad un festival o in un centro sociale. Detto ciò, noto che i gusti della gente siano più “liquidi” in un certo senso. E quindi si può suonare un po’ di tutto. È vero poi che ci sono dei contesti dove invece è necessario rimanere su dei binari collaudati. In Italia c’è una gloriosissima tradizione di clubbing che va dagli anni 70 fino ad oggi”.
In conclusione, questo House Party che disco è?
“È un disco che rappresenta me in questi anni e in qualche modo anche una piccola fetta della scena italiana. Sono riuscito a tirar dentro una serie di artisti rappresentativi, ognuno con il suo modo. È un disco di un appassionato e spero si senta. Per me questo è già tanto”.
E, invece, tornando a monte: quante domande di questa intervista ti avevano già fatto?
“No, niente… devo dire che sei stato bravo!” (risate, nda.)