
I Frammenti, band hardcore torinese, torna con un nuovo album, Merce che ci ascoltiamo in anteprima e per l’occasione ci facciamo raccontare qualcosa di più
di Andrea Pomini
Il disclaimer, innanzitutto: chi scrive con i Frammenti ci suonò, nel 1998, per qualche mese e
in due canzoni, diventate poi un lato dell’EP Corrono Ginocchia Sbucciate. Fu una cosa breve e
provvisoria, un intervallo in quella che era ed è la formazione più longeva e in qualche modo
storica del quintetto torinese: il batterista Igor Migliardi, il bassista Simone Ancarani, i
chitarristi Simone Brizio e Pietro Cardona, il cantante Luca Saini. Fu una cosa bella e intensa,
per me e spero per loro, ma sono sicuro che la quasi irrilevanza del sottoscritto in una vicenda
così lunga e densa, e i quasi trent’anni di distanza dagli eventi, possano allontanare eventuali
sospetti di conflitto d’interessi.
Ciò detto, la notizia è che i Frammenti escono il 23 maggio del 2025 con un nuovo album:
Merce. Il lavoro più lungo nella storia del gruppo – uno dei nomi fondamentali della scena
hardcore-punk torinese degli anni ‘90, a allo stesso tempo uno dei meno inclini al suono
diventato noto come “Torino hardcore”, ma piuttosto aperti a quanto succedeva sia in campo
hardcore melodico/emozionale, sia dalle parti dei Sonic Youth – e il capitolo più recente di una
discografia fatta anche di un demotape (Torino Area Industriale, 1993), due EP (uno omonimo
del 1994, e appunto quello citato poc’anzi), un mini-album in vinile 10” (L’Appeso, 1997) e un
CD post-riunione (Propizia È Perseveranza, 2022). Merce è un ritorno alle sonorità classiche dei Frammenti, ma con una maturità nuova. Potente e sfaccettato nel suono, lirico e profondo nei testi. (dal comunicato stampa).
Merce è un ritorno lucido e viscerale, che affonda le mani nelle contraddizioni del presente. Un album che rifiuta ogni compromesso e ogni logica di omologazione: quattordici tracce tra vecchia e nuova scuola, senza costrizioni, con la stessa urgenza e sincerità di sempre. Attraverso un linguaggio diretto ma carico di immagini evocative, i Frammenti affrontano temi come la mercificazione dell’identità, la deriva narcisistica, la miseria sociale, la responsabilità personale, la complicità silenziosa con i poteri forti, il bisogno di autenticità, la riscoperta delle proprie radici e la necessità di una rivoluzione interiore e collettiva. Il disco si muove tra tensione e catarsi, rabbia e consapevolezza, fragilità e riscatto. Il filo conduttore è la volontà di non arrendersi, di andare controcorrente in una società che spinge a consumare invece di sentire. Merce è un atto di resistenza poetico e politico, che dà voce a chi è ai margini, a chi lotta per non affondare, a chi non ha più niente da perdere ma ancora tutto da
dire.
Lo ascoltate in anteprima qui sotto, e ancora più sotto ne parliamo con Luca Saini.
Che fase è, questa, per i Frammenti?
Luca Saini: “Frammenti nasce nei primi anni ‘90, si evolve sino al 2007, poi collassa. Sorprendentemente, riemerge dal sonno circa tre anni fa. Il risveglio dal torpore è stato facilitato dallo stato di compressione post-pandemico, dalla morte di un amico fan, e dall’eta che avanzava:
l’alternativa era infognarsi col padel. Stiamo vivendo uno stato di grazia. Durante la scrittura
del disco tutto è stato spontaneo, “facile” e gratificante. Al tempo stesso, ci accompagnava un
senso di distacco, di completo disinteresse rispetto alle aspettative. Hai presente il piacere del
fare? Quando crei non per arrivare da qualche parte, ma per il gusto stesso di esserci dentro.
Era come se la musica ci stesse scrivendo, più che il contrario. E noi ci siamo lasciati
attraversare, senza trattenere.
Cosa è successo nel frattempo?
Frammenti: “Io mi sono trasferito in Indonesia, Pietro è tornato a suonare la chitarra con noi dopo un lungo periodo, abbiamo maledetto – per poi fare pace – le sonorità dure e veloci, abbiamo fatto
viaggi, studiato e imparato ad amare, e ci siamo riprodotti molto”.
Dal punto di vista sonoro, Merce mi pare più affine alle vostre cose “classiche”, dopo una fase più sperimentale con l’aggiunta dell’elettronica. Come mai questa scelta?
L.S.: “In questo lasciarci attraversare, come ti dicevo, sono tornati anche il piacere della spontaneità, e l’urgenza rivoluzionaria del gesto non premeditato. Nessuna finalità o aspettativa, se non quella di riportare il fare musica a quelle qualità che avevamo sperimentato quando abbiamo
iniziato. Per certi versi, la possiamo vedere come la chiusura di un cerchio, ma non
necessariamente come una fine. Nello stesso tempo, però, è un lavoro più maturo nei testi e nell’approccio, nel sentimento generale che restituisce. Nostalgico nel senso più nobile della parola, in modo molto intimo e quasi struggente, per nulla celebrativo. Ma anche autocritico, conscio dell’età che avanza ma anche quasi contento della cosa. Se scrivi con coerenza circa quello che sei, inevitabilmente ciò che vivi ti attraversa e finisce nei testi, nella musica, nei suoni che scegli. Non puoi fingere di avere vent’anni se non li hai più, se lo fai si sente. In questo disco non abbiamo cercato di imitare nulla, né noi stessi nel passato né altri. Ci siamo presi la libertà di essere quello che siamo oggi, con le nostre fragilità, i nostri dubbi, ma anche con una lucidità diversa, e forse più onesta. Se c’è maturità è perché l’età ti mette davanti allo specchio in un altro modo. E questo ci ha fatto stare bene. Forse è anche questo quello stato di grazia di cui parlavo prima.
Il titolo invece mi pare molto old school. C’è più bisogno ora che nel ‘93, forse, di un discorso sulla mercificazione? Per il mondo è andata peggio di come pensavate?
“Nel ’93, nei nostri proclami naïf, respingevamo con forza l’idea che il tempo dedicato alle nostre passioni dovesse sottostare alla legge della domanda e dell’offerta. Abbiamo sempre creduto, e forse ancora crediamo, che l’artista che si abbandona senza autocritica a quella che noi definiamo allucinazione dello spettacolo sia destinato alla sofferenza. In questo stato di euforia e depressione alternata, sviluppa una dipendenza cronica dalla scarica dopaminica dell’esposizione, perdendo contatto con il proprio sé e con l’empatia verso gli altri. Spesso assume un profilo infantile, e quando la sua creatività si esaurisce attinge a quella degli altri, come un miserrimo che fruga tra gli ori della madre. Oggi la Merce siamo noi. Siamo in vendita, siamo stati già venduti o derubati di qualcosa di autentico: tempo, presenza, verità, giustizia. Quello che facciamo ancora una volta, con questo disco, è piuttosto un tentativo di diserzione”.
Torino invece? Cosa resta della città dei vostri anni? Come ci vivete ora, da padri di
famiglia?
“Vivo Torino ormai con un certo distacco. Quando ci torno, da una parte ritrovo lo squallore e la decadenza che la musica dei Negazione ha ben fotografato in Tutti pazzi, dall’altra invece gioisco per la vitalità viscerale che segue un’onda nuova. Una scena che ribolle, voci che
cercano altre forme, persone che, pur tra mille contraddizioni, tentano ancora di trasformare
il disagio in linguaggio. Un paio di anni fa abbiamo chiuso il tour per la ristampa di L’Appeso
con un concerto indimenticabile al Prinz Eugen, uno degli squat che tra i primi ci accolse, e ci
diede spazio per crescere e sperimentare. Condividere il palco con una band di kids di
quindici anni è stata un’emozione speciale. Credo che Torino, sotto la patina grigia e livida di
sempre, stia nuovamente tramando qualcosa; lentamente, ma con ostinazione. Forse è proprio questo contrasto tra disfacimento e tensione vitale che continua a renderla una città vera,
spigolosa e mai del tutto resa merce.