
Il concerto degli Interpol al Festival Tener-a-mente al Teatro del Vittoriale di Gardone Riviera in provincia di Brescia, raccontato da Luca Doldi
L’ultima volta che ho visto gli Interpol dal vivo era 14 anni fa, al dismesso Palasharp di Milano, in un clima alquanto strano e disincantato intorno alla band. L’abbandono del bassista fondatore Carlos Dengler era fresco di conferma ufficiale, e dopo la sorpresa di Turn On The Bright Lights, la consacrazione di Antics e la conferma di Our Love to Admire (anche se con qualche mugugno dei fan della prima ora), l’album omonimo destò più di una perplessità pur contenendo col senno di poi alcuni fra i migliori pezzi della loro carriera, anche per il fatto che si vociferava fosse stato registrato già senza il bassista fondatore (voce poi smentita). Oltre ai problemi interni, la band si trovava alla fine della sua pessima esperienza con la Capitol, smantellata poco dopo la firma del loro contratto per due album firmato nel 2006, e poi venduta da Emi a Universal nel 2012. Possiamo dire oggi quasi con certezza che quello fosse il momento più complicato nella storia della band newyorkese.
Oltre ai problemi della band quell’anno ci fu una curiosa coincidenza. Il giorno prima passarono a Milano i National e andai a vederli, freschi di pubblicazione di High Violet, l’album che li ha lanciati a livello mondiale e li ha fatti diventare la macchina da festival che sono oggi. Ma a quei tempi i loro concerti erano ancora lontani dall’esplosione di energia e coinvolgimento di pubblico che sono oggi. Una band in rampa di lancio contro una in presunto declino, una band che fu capace di concentrare sul pubblico una grandissima energia latente che poi esplose nei giorni seguenti, contro una che di energie forse ne aveva poche in quel periodo.
Quello dei The National fu un live atipico, con una serie di caratteristiche inusuali per il periodo storico. Una sezione fiati usata in modo originale, andando a creare tappeti sonori che arricchivano molto il suono della band, dopo che i fiati erano quasi spariti per più di vent’anni in ambito rock. Il drumming di Devendorf, che oggi è cosa consolidata e ampiamente imitata, ai tempi era una novità che andava sempre più consolidandosi, e vedere dal vivo un batterista infilare quei pattern complessi in canzoni apparentemente semplici era incredibile. Così come il modo di cantare di Berninger, oggi quasi un nuovo standard, ma anche in quel caso una piccola novità per il periodo in cui li vidi, dopo l’ondata “nu-rock” degli anni ‘00. Un’evoluzione in qualche modo dello stile di Banks, ma ancora più cupo, parlato e riflessivo. Ma le similitudini fra le due band non finiscono qui. Se ascoltate attentamente la batteria di NYC, dall’esordio degli Interpol, Sam Fogarino sembra quasi aver piantato il seme dello stile che poi ha sviluppato Devendorf, e anche dal punto di vista chitarristico ci sono molti punti in comune. Non dimentichiamo che le band si sono formate entrambe a New York, solo ad un anno di distanza l’una con l’altra, ma i National hanno trovato la loro strada e il loro momento molto tempo dopo.

Sta di fatto che quell’energia latente depositata dal concerto dei The National esplose il giorno successivo e durante il concerto degli Interpol, un classico concerto rock, che ricordo molto freddo e asettico, al minimo sindacale, durante il quale capii che il giorno prima avevo visto qualcosa di veramente importante, qualcosa che avrebbe a suo modo rivoluzionato il modo di fare (indie) rock. Ed effettivamente negli anni successivi i The National hanno portato il genere ad avere un ruolo imprescindibile nella musica americana e mondiale ma soprattutto nella cultura americana, tanto che artiste come Taylor Swift per diventare quello che sono oggi, sono dovute passare da lì a bussare, per essere considerate credibili a 360 gradi e non solo prodotti preconfezionati dal mercato mainstream, arrivando poi a fare numeri giganteschi.
Per quel che riguarda gli Interpol invece rimasi un piuttosto deluso dal live, tanto da valutare bene negli anni a venire se valesse la pena rivederli, pur seguendoli con costanza e apprezzandone l’evoluzione, aspettando l’occasione giusta, che alla fine è arrivata con la data al Vittoriale di Gardone Riviera: un concerto che mi ha riconciliato completamente con la band. Un concerto che è iniziato senza troppi orpelli, band sul palco senza nessuna introduzione, strumenti in mano e via. Devo ammettere che sulle prime battute ho avuto una sensazione di deja vu e ho temuto di ripetere l’esperienza di 14 anni prima, ma dopo i primi due pezzi, C’mere da Antics e Say Hello to Angels da Turn On The Bright Lights, la consueta sistemazione dei suoni e una presa di confidenza con l’ambiente (passare da festival e arene a un relativamente piccolo anfiteatro richiede un minimo di adattamento) la sensazione è scomparsa, e da My Desire in poi è stato un continuo crescendo. Il pezzo che ha decretato un prima e un dopo nella serata però è stato proprio “quel” singolo che arriva da quel famigerato quarto album, che è stato accolto quasi con rifiuto quando è uscito, ma che oggi rappresenta una colonna dei loro live e uno dei più grandi classici della loro produzione: Lights. Le prime tre note del riff iniziale sono state come un monolite piantato sul palco dell’anfiteatro, ed era palpabile l’intensità che la band riusciva a trasmettere durante il pezzo. Subito dopo Pioneer To The Falls è stata un’ulteriore apertura, una vampata di calore nella fresca serata estiva che ha inchiodato il pubblico. Tanto che sull’ultima strofa cantata a cappella, quasi sussurrando, non si è sentito un rumore provenire dal teatro, non un fiato, solo la voce di Paul Banks sospesa sullo sfondo del Lago di Garda. Questo ha dato la misura della magia che sono riusciti a creare al Vittoriale. Dal boato del pubblico poi si è passati a The Rover e il concerto è decollato, le sedie hanno iniziato ad andare strette a molti e qualcuno ha iniziato ad alzarsi. Su Evil successivamente è definitivamente “saltato il tappo”, tutti o quasi in piedi, ma prima della doppietta finale pre-encore, No I In Threesome e l’immancabile Slow Hands, in cui anche gli ultimi hanno rotto gli indugi alzandosi, c’è tempo ancora per un momento più raccolto ed emozionante, con un pezzo inaspettato come Leif Erikson dal loro primo album.
La chitarra di Kessler è stata un moto perpetuo di note che hanno tenuto in piedi l’intero concerto. Per anni Dengler (oggi sostituito in pianta stabile dall’ottimo Brad Truax) è stato considerato una colonna portante della band, ma la realtà dei fatti dice che la colonna sulla quale si regge tutto l’impianto musicale, anche ritmico in parte, della band newyorkese è “quella chitarra”. La mancanza di Sam Fogarino alla batteria, alle prese con il recupero dopo un’operazione alla cervicale ed egregiamente sostituito da Cris Broome, si è sentita soprattutto nelle parti più delicate. Non perché il suo sostituto non fosse all’altezza, ma perché il tocco del batterista fondatore è uno dei più caratteristici nel panorama più o meno rock degli ultimi 25 anni, e la sua assenza (per chi se ne è accorto) ha fatto capire l’importanza del suo ruolo nella band e al contempo l’importanza delle trame disegnate da Kessler nella definizione del suono degli Interpol.
L’encore o il “bis”, come dice Elio, è stato affidato ai classici NYC e PDA. La prima davvero commovente, uno di quei pezzi che la band con il passare degli anni è riuscita ad interpretare sempre meglio, con maggiore intensità e maturità. È stato curioso guardare dopo questo concerto un video del 2003 al Glastonbury nel quale la eseguono, ancora con l’irruenza e l’esaltazione dei vent’anni davanti a un pubblico importante, non riuscendo a trasmettere l’intimità e la drammaticità della canzone. Quasi forzati a controllarsi per interpretare un pezzo troppo importante e maturo per la loro età, e forse è stata quella la loro unica colpa, che ha causato tutte quelle critiche negli anni successivi. Oggi sembra quasi che la linea temporale fra quella canzone e la loro vita si sia ricongiunta e riescano ad interpretarla con l’intensità e la freschezza di un pezzo scritto recentemente.
Un live molto intenso ed emozionante in cui è sembrato che la band dopo più di vent’anni abbia trovato una nuova dimensione, in cui le promesse del passato, per alcuni non mantenute, non contano e non hanno mai contato nulla, perché sono promesse che loro non hanno mai fatto e gli sono sempre state attribuite. Sono sempre andati avanti per la loro strada non badando a critiche e cali di popolarità, e oggi l’impressione è che siano la band che vogliono essere, libera e appagata. Complice forse anche il gigantesco evento gratuito ad aprile di quest’anno che li ha visti protagonisti in Messico, dove sono apprezzatissimi, durante il quale 160.000 persone si sono radunate a Zócalo o Piazza delle Costituzione a Città del Messico per vederli live.
Una band matura, che è stata capace di attraversare tre decadi riuscendo sempre a tenere alto il livello, confezionando pezzi che sono diventati classici al di là dei loro due album più apprezzati da pubblico e critica. Sul palco esprime una pace interiore che viene trasmessa al pubblico, e si trova incredibilmente a suo agio nella dimensione teatrale. È stata capace di portare per mano le persone presenti in un viaggio attraverso la sua storia, senza apparire una di quelle formazioni che vivono solo di revival, creando il giusto compromesso fra pezzi più o meno nuovi e classici, pur essendo una scaletta pensata per le venue estive e non per la promozione dell’ultimo album, in cui si punta ad accontentare il più possibile il pubblico quasi esclusivamente con i pezzi più famosi. A questo proposito un’altra canzone che ha davvero stupito in scaletta è stata Into The Night dall’ultimo album, in cui fra l’altro la commistione fra loro e i The National torna ancora in modo prepotente, nella batteria sincopata, negli arpeggi di chitarra e nella voce, e che ha tutta l’aria di essere già un nuovo grande classico degli Interpol.
Quasi dispiace che una band in questo stato di forma sia costretta quest’anno a piegarsi a quel rito pagano e pacchiano del tour celebrativo, in questo caso per i vent’anni di Antics, ormai tappa obbligata in questo business in cui è sempre più complicato rimanere a galla dal punto di vista finanziario.
La mia esperienza a tal proposito con gli American Football per il venticinquesimo anniversario di LP1 qualche settimana fa è stata indicativa. Una band che non aveva alcuna voglia di suonare quei pezzi (esplicitamente dichiarato in un’intervista) costretta a farlo perché i loro fan lo chiedevano a gran voce (e di conseguenza anche chi si occupa degli interessi della band), arrivando a fare un concerto quasi bifronte, con una prima parte in cui risuonavano per intero il loro primo album piuttosto scialba e scazzata, e una seconda dedicata ai pezzi più recenti in stato di grazia. Personalmente mi interessava vederli a prescindere perché non passano spesso in Italia, mi importava poco della celebrazione e avrei preferito di gran lunga un concerto “normale”.
Non che debba essere per forza così per tutti, ma difficilmente una band che continua a fare dischi è felice di fermarsi per riprendere interamente in mano qualcosa fatto 20 o 25 anni prima.
Quindi l’invito finale è quello di andare a vedere dal vivo band e artisti/e a prescindere da celebrazioni e ricordi, senza condannarle alla nostalgia: le band invecchiano esattamente come noi, ed è bello coglierne le sfumature nel tempo. Non possono essere sempre una sorta di ritratto di Dorian Gray al contrario, in cui noi invecchiamo e loro sono costrette per l’eternità a mostrarci il nostro volto di quando eravamo giovani, perché apprenzandole per quello che sono oggi si possono vivere momenti speciali come quelli che hanno regalato gli Interpol al Vittoriale.
L’ultima parola prima di chiudere la voglio dedicare proprio a questo luogo, perché in mezzo a tantissimi posti davvero poco adatti ad ospitare live, nei quali siamo costretti tanto in inverno quanto in estate, senza alternative valide, l’Anfiteatro del Vittoriale è un posto ideale in cui assistere a un concerto e dove succede sempre qualcosa di magico.