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Intervista a Shirley Manson dei Garbage: “Ho incontrato Dio scrivendo una canzone”

Shirley Manson si racconta in occasione dell’uscita dell’ottavo album in studio dei Garbage, Let All that We Imagine Be The Light
Garbage Shirley Manson Band 2025 Garbage Shirley Manson Band 2025
Garbage BW 1 Photo By Joseph Cultice

Shirley Manson si racconta in occasione dell’uscita dell’ottavo album in studio dei Garbage, Let All that We Imagine Be The Light

di Stefania Ianne

Una mattina di inizio maggio, puntualissima, la voce di Shirley Manson mi raggiunge calorosa dalle casse del mio iPad. Ero già consapevole del fatto che lei preferisca conversare con i giornalisti come si faceva una volta al telefono, senza vedere il volto e le espressioni della persona con cui comunicavamo. Così mi devo accontentare delle foto pubblicitarie o del feed su Instagram per immaginarla mentre mi parla. Non servono molte parole per presentare la famosissima cantante dei Garbage, gruppo o supergruppo storico che da trent’anni comprende, oltre alla Manson, Butch Vig (che avevamo già intervistato), Duke Erikson e Steve Marker, un gruppo nato per portare la musica rock nel presente e nel futuro elettronico, stanchi com’erano del mondo rock tradizionalista degli anni 90 del secolo scorso. Quella che segue è la nostra breve chiacchierata di prima mattina cercando di rimanere in tema: l’occasione è la presentazione dell’ottavo album in studio del gruppo, Let All that We Imagine Be The Light, ma anche toccando brevemente dei temi importanti come l’ispirazione divina, la discriminazione sessista che dopo trent’anni di carriera si tramuta in discriminazione per età. Ma nei 20 minuti che mi sono concessi, le sue parole mi comunicano una persona che, nonostante tutto, ha finalmente trovato la pace soprattutto con sé stessa e continua a fare musica perché: “I’m not done” come dichiara con aria di sfida nel pezzo più convincente del nuovo disco Chinese Fire Horse.

Mi puoi parlare del nuovo album? Com’è stato il percorso che ha portato alla sua creazione? Credo sia durato un paio di anni. Sei soddisfatta del risultato?
“Certo, non l’avremmo pubblicato se non fossimo stati contenti del risultato. Sai non pubblichiamo mai nulla se non ci crediamo al cento per cento. Per quanto riguarda la creazione del disco, credo che in realtà l’abbiamo completato nell’arco di un anno, ma il processo è durato per più di due anni perché ho avuto molti problemi fisici durante la registrazione di questo disco e ho subito due importanti interventi chirurgici all’anca, che hanno causato l’interruzione delle registrazioni per un bel po’ di tempo. Quindi non è stato il disco più facile da realizzare. Come sai, siamo insieme come band da 30 anni ormai. Se ci penso è molto inquietante! Ma abbiamo realizzato questo disco in modo molto diverso dagli altri. Fondamentalmente lo abbiamo fatto da posti lontani. Io ero nella mia camera da letto e il resto della band stava lavorando nello studio di Butch Vig, il suo studio di Los Angeles. Avevo incoraggiato i ragazzi della band a continuare a lavorare senza di me perché non stavo bene, provavo molta confusione mentale e non me la sentivo di andare fisicamente in studio. Ma volevo che continuassero a scrivere perché sapevo che se non l’avessero fatto, sarebbero passati dieci anni tra un disco e l’altro, il che è troppo lungo, secondo me. Così loro hanno iniziato a mandarmi le tracce via e-mail e io le riarrangiavo e ci scrivevo sopra, e in pratica è così che è iniziato il disco. Poi ci siamo riuniti di nuovo in studio alla fine dell’anno scorso e abbiamo finito il disco insieme”.

È vero che avete conservato alcune delle demo originali, soprattutto per la tua voce?
“Sì, ma alla fine solo per l’ultima traccia, The Day That I Met God, quella canzone ha conservato la demo di scrittura. Quello che senti sono io mentre compongo la canzone, l’idea che fluisce direttamente tramite la mia voce. È una cosa che accade molto raramente, sai, sono pochissime le volte in cui ho avuto la fortuna di avere un’idea praticamente già completa. E a parte un paio di cori aggiunti successivamente, la voce che senti sul disco è la registrazione del momento in cui ho buttato giù l’idea pensando che ci sarei tornata sopra più tardi per lavorarci su, ma non l’ho mai fatto perché mi è sembrato che la fragilità che si sente nella voce sia molto bella. E quindi l’abbiamo lasciata così com’è. Quindi sì, è molto insolito lavorare in questo modo, ma penso che il risultato sia magico”.

L’hai registrata con un semplice microfono o con il telefono? Come registri di solito le tue idee musicali?
“Con un microfono a mano. Sono fortunata perché mio marito è un ingegnere e un produttore discografico (NdA: il marito è Billy Bush, co-produttore del disco), quindi ha allestito un piccolo studio portatile nella nostra camera da letto. E sì, ero seduta a letto in pigiama ed ero un po’ agitata. Sai, allora prendevo molti antidolorifici a causa del mio intervento chirurgico ed è stato un momento piuttosto particolare, ero un po’ fuori di testa e alla fine della registrazione, mi sono girata verso mio marito e ho detto: ‘È terribile!’. E lui ha risposto: ‘no, è fantastica’. E io ho detto, allora va bene, se insisti!”

Sono d’accordo con lui. È un brano fantastico. E il testo che hai improvvisato per quel pezzo, forse sotto l’effetto degli antidolorifici, è molto interessante. Cosa intendi esattamente con Dio? Forse è una canzone che parla del mistero del processo creativo, cosa ispira la musica e le parole? Possiamo interpretare Dio come l’ispirazione?
“Non sono del tutto sicura di chi sia Dio o cosa sia Dio, ma in quel momento, immagino, come hai giustamente sottolineato, a causa degli antidolorifici che stavo prendendo, non ero del tutto sana di mente e provavo molto dolore. Non so se hai mai provato molto dolore fisico, ma ti fa un po’ impazzire, sai? Stavo lavorando sul ritornello della canzone e io adoro gli accordi che la band aveva usato per quel pezzo e quindi volevo qualcosa di veramente bello che li accompagnasse. E come ho detto, quello che senti sono io mentre improvviso questa canzone, la melodia e le parole si fondono in un tutt’uno. E dico che in quel momento ho incontrato Dio e che Dio era tutto ciò che ho sempre amato e tutto ciò che ho sempre desiderato. E in quel momento, in un certo senso, sono rimasta completamente sorpresa perché ho pensato, prima di tutto che non sapevo di avere questi pensieri nella mia testa. E poi ho pensato di essere sulla strada giusta, sai. Infine il fatto che Dio sia ovunque intorno a noi, ovviamente. Voglio dire, la gente parla di quest’idea in continuazione, giusto? Ma l’ho sentito davvero in quel momento, capisci cosa intendo? Voglio dire, in quel momento, ero davvero convinta della mia fede e di avere una sorta di visione. Ma poi, ovviamente, lo scherzo mi si è ritorto contro perché poi ho aggiunto che prendo il tramadolo. Quindi non so più se quel momento in cui mi sono imbattuta nella mia fede sia stato un momento reale o immaginario. Continuerò a pensarla allo stesso modo? In questo momento non ho idea”.

Stai ancora esplorando.
“Sì, assolutamente, sto ancora esplorando cosa significa”.

Praticamente abbiamo iniziato dalla fine del disco! So che non abbiamo molto tempo, ma vorrei parlare un po’ di creatività e da dove nasce. Mi sembra di aver letto che hai sofferto di un blocco dello scrittore durante la composizione dell’album. È andata così?
“Non credo che fosse un blocco dello scrittore. Avevo un brutto caso di nebbia mentale, una sensazione che non avevo mai vissuto in vita mia. Quando la gente me ne parlava, arricciavo il naso e ascoltavo da scettica, sai, non capivo bene di cosa stessero parlando. Poi ho scoperto con orrore che la stavo vivendo anch’io e con questo intendo dire che avevo pensieri molto confusi, non riuscivo a concentrarmi affatto, tipo non riuscivo nemmeno a guardare una serie TV senza essere distratta. Non riuscivo a leggere un libro senza perdere il filo. Non riuscivo a ricordare i nomi dei personaggi o cosa fosse successo nel capitolo precedente. Ero davvero confusa e sconnessa, non riuscivo a trovare un modo per entrare nella musica che la band mi mandava. Non avevo idee ed ero nel panico perché continuavo ad ascoltare la musica in continuazione e mi dicevo: Non sono ispirata. Non ho idee. Non so cosa farne. Ed è questo che intendo per ‘nebbia mentale’. E mi sono davvero fatta prendere un po’ dal panico”.

Ma alla fine hai creato un disco che trasmette dele vibrazioni molto positive. Qual è il messaggio dell’album?
“È ​​divertente perché il disco precedente, che probabilmente si può considerare complementare a Let All That We Imagine Be The Light, dicevo il disco precedente, No Gods No Masters, era davvero polemico e esprimeva tutta la mia indignazione, perché vedevo dove il mondo nel suo complesso sta andando e mi spaventava e mi frustrava il fatto che apparentemente nessun altro riusciva a capirlo. E all’epoca, molti giornalisti mi hanno presa in giro per le cose di cui parlavo in quel disco. Cinque anni dopo, eccoci qui e le cose mi sembrano peggiorate e terrificanti. Ma ho capito subito che dovevo fare appello a una parte diversa del mio cervello. Dovevo affrontare le cose da una prospettiva completamente diversa, altrimenti sarei stata travolta dalle mie stesse paure e dalla mia rabbia. L’ho fatto per sopravvivere, sapevo di non potercela fare altrimenti. Visto che sono consapevole di non avere alcun potere come persona singola, ho deciso che l’unico modo per combattere le cose che mi terrorizzano nel mondo, l’unico modo per combattere tutto l’orrore, il caos e la distruzione che vedevo dispiegarsi in tutto il mondo era usare la mia positività e la mia speranza come atto di resistenza, come atto di disobbedienza. E sono cosciente del fatto che il sistema si basa tutto sul farci sentire apatici, ci incoraggia a non reagire, a non ribellarci, a non resistere. Così ho deciso che avrei riempito questo nostro nuovo disco con tanta speranza e tanto amore. Sopra ogni altra cosa, tutto ciò che ho capito veramente è che da quel momento in poi dovevo infondere amore in tutto ciò che faccio. E quello che intendo dire è che voglio professare il mio amore, voglio offrire il mio amore. Voglio essere una migliore parte di questo gruppo musicale. Voglio amare di più il mio gruppo. Voglio amare di più mio marito. Voglio esprimere il mio amore per la mia famiglia, per i miei amici, l’amore per gli animali, l’amore per il mondo, l’amore per la natura. Questa è l’unica cosa che sento di poter fare per combattere ciò che sta accadendo su scala globale. Ed è quello che ho deciso riguardo all’approccio alla realizzazione di questo disco”.

Beh, è ​​un pensiero molto generoso, sai. Non capita spesso. Ma sebbene l’atmosfera del disco sia molto positiva, in Chinese Fire Horse tocchi anche un argomento molto delicato: la discriminazione basata sull’età. Quanto è stato difficile il tuo percorso personale in un’industria come quella musicale, che è prima di tutto sessista e poi anche discriminatoria nei confronti delle persone più mature?
“Il sessismo e la misoginia credo siano argomenti completamente diversi dall’età, anche se hai ragione sul fatto che siano interconnessi. I primi nascono da una totale intolleranza verso tutto quello che è femminile. Mentre la discriminazione per età, anche se è rivolta principalmente contro le donne, è un problema anche per gli uomini. Gli uomini si scontrano principalmente con delle allusioni discrete, mentre per le donne si tratta di un attacco molto verbale. Non ha senso. Ma la buona notizia è che nonostante tutto, per certi versi, c’è un lieto fine. Ti rendi conto che quando ero giovane, pensavo di essere vecchia. A 30 anni, credevo davvero di essere vecchia e che la mia carriera fosse finita perché la stampa, i media mi dicevano che ero vecchia e io ci ho creduto totalmente. Mi giudicavo severamente perché avevo qualche ruga intorno agli occhi. Quando ho visto la prima ruga sulla fronte ho deciso di essere d’accordo con ciò che il sistema dominante mi diceva: ero vecchia. Ora quando vedo foto o video di me stessa a 30 anni sono scioccata perché mi rendo conto di quanto fossi giovane non solo fisicamente, ma anche emotivamente e intellettualmente. E così eccomi qui adesso, compirò 60 anni l’anno prossimo e ho scoperto che invecchiare è l’esperienza più liberatoria e più motivante della mia vita. E sono entusiasta di vivere in un periodo in cui vediamo la rappresentazione visiva di quella che considererei la prima ondata di donne che si godono pubblicamente la propria carriera fino ai loro anni più maturi, 70, persino 80 anni, grazie a grandi artiste come Debbie Harry, Patti Smith, Chrissy Hynde, Grace Jones, Shaka Khan, Stevie Nicks… la lista è infinita a questo punto, ma sono la prima ondata di donne che l’umanità abbia mai visto occupare una posizione nella società in cui godono di carriere vigorose durante i loro 70 anni e persino 80 anni. E non credo che possiamo sottovalutare il cambiamento che avverrà nella nostra società, perché queste donne stanno comunicando ad altre donne più giovani e ai giovani uomini, a tutti i generi che stanno crescendo in questo periodo, stanno dicendo ai ragazzi: ecco cosa è possibile. E non si può negare. Questa è la verità, la incarnano con la loro presenza. Sono vive e stanno bene. Hanno carriere vigorose. Stanno ancora guadagnando. E penso che sia una cosa che mi emoziona in maniera incredibile e mi dà tantissima gioia. E la discriminazione che incontro ho imparato a compatirla perché penso che dica molto di più sulla persona che cerca di sminuirmi commentando sulla mia età. Provo pietà per loro perché si sono bevute queste idee che vengono vendute che in qualche modo noi, come esseri umani, perdiamo le nostre facoltà dopo i 30 anni. È una assurdità assoluta. Mio padre ha 88 anni e non se la passa molto bene fisicamente, ma è una persona incredibilmente energetica che ha vissuto una vita davvero emozionante e avventurosa fino ad adesso. E continua a essere interessato al mondo che lo circonda, alla politica, alla letteratura, alla musica, alla vita, a mangiare e a bere bene e ad avere una vita fantastica. Quindi la discriminazione per età è qualcosa da cui non mi sento più minacciata”.

È confortante sentirtelo dire. Se potessi parlare a te stessa da giovane, con l’esperienza che hai adesso, cosa ti diresti e cosa diresti forse ai giovani artisti che forse stanno vivendo adesso le stesse problematiche che hai affrontato tu da ragazza?
“Quello che dico non vuole essere un consiglio, perché quello che funziona per te potrebbe non funzionare per qualcun altro, giusto? Ma incoraggio le persone a essere consapevoli che la società cerca di rimpicciolirci e di farci sentire impotenti. Lo fa a tutti noi. Lo fa deliberatamente così è più facile controllarci. Quindi incoraggerei tutti, e questo vale per chiunque sia coinvolto nel mondo dell’arte, non solo nella musica, a prendersi più spazio, a brillare il più possibile, a godersi ogni cosa il più possibile, perché questo è il vostro atto di ribellione e questa è la vostra vita attiva, è così che vi realizzate al meglio nel mondo. E ognuno di voi ha potere decisionale e siete tutti importanti, non lasciate che nessuno vi dica il contrario”.

Forse potremmo concludere con una domanda leggera: hai mai duettato con altri cantanti che ammiri e con chi faresti il duetto dei tuoi sogni?
“Devo dirti che da poco ho duettato con qualcuno, ma purtroppo non sono posso dirti con chi. È uno dei miei miti da ragazza e ho pianto come una bambina mentre cantavo durante il duetto. È stato uno dei momenti più magici e straordinari della mia vita cantare nello stesso microfono e sapere che un mito della mia adolescenza mi aveva invitata a cantare con lei, che avrebbe ascoltato quello che avevo da offrire e che ci saremmo unite a cantare da pari. È stata un’esperienza incredibile. A un certo punto, ascolterai la canzone e capirai esattamente di cosa sto parlando. In realtà non dovrei nemmeno accennarlo, ma visto che mi hai fatto questa domanda, ho dovuto dirtelo. E poi ho cantato con la grande Debbie Harry dal vivo. Ho cantato con la grande Peaches l’estate scorsa durante il nostro tour in Europa. Adoro cantare con altri artisti. Vorrei essere invitata a farlo più spesso”.

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