
Fabio Striani racconta il live milanese di Little Simz, che ha portato il suo hip hop energico e raffinato sul palco dell’Alcatraz
di Fabio Striani
A sei anni dal suo primo concerto milanese in Santeria, Little Simz dispiega nuove abilità assurgendo al rango di international sensation dell’hip hop britannico. Nel mezzo una pandemia spezza-gambe e un disco transitorio di riavvio come NO THANK YOU, ma soprattutto una crescita costante attraverso disavventure che forgiano e modellano l’ispirazione di questi giorni. Lotus è un disco di definitiva consacrazione per un’artista che nulla ha a che fare con le sapidezze zuccherose di divette come Swift: memore delle sue provenienze LDN (e altro) Simbi condivide la fioritura di un composito giardino dove il flow si dirama in nuove direzioni e viaggia leggero per un show di oltre due ore, al cospetto di un oceano di devoti sinceramente esaltati come non si vedeva da un po’.
La cifra stilistica del concerto è quella di un’elegante sobrietà formale, dove la collezione dei da dove vengo prende tutta la presentazione come in un album di famiglia, uno scenario dove il tenue è prevalente, ma come medietas di umori tra il mistico e l’incendiario. In tempi in cui è necessaria accortezza di gesti costanti e lentamente rivoluzionari, Simz non gioca più all’arringafolle ed empatizza sparando contro ciò che più inquina il privato. E quindi: percezioni errate e stereotipi da decostruire (Miss Understood), fiera opposizione al furto non solo materiale ma anche emotivo e sociale (Thief), in un venom dove subdola dittatura oggi è togliere il gusto di fare cose belle, desiderare cose impossibili, prendere tempo anche un po’ per se stessi (Selfish), e infine riconoscere la solitudine anche nel successo (Lonely). Fare un passo indietro qui non è espressione di debolezza, ma legittima difesa in attesa di ripartire e confrontare nuovamente i two worlds apart , a sfidare sentimenti e relazioni già strutturalmente compromessi (I love you, I hate you), spesso ambivalenti (Heart on fire), vincibili solo grazie al baricentro alto dell’ispirazione (Lion), della musica più catartica. In questo ambito si inserisce l’enclave del dj set a metà concerto, dai pad ipnotici di Mood Swings a spore come Fever. Naturale parlare di suoni mai banali dietro ai piatti, o imbracciando una semiacustica, o il tappeto afrobeat di Point and Kill, la bossanova di Only o il viaggio spazio-tempo nel Giappone-Nintendo, a passeggio per l’Alcatraz in 101 FM. E ancora le suggestioni intro orchestrali di Introvert e della finale Gorilla, dove una divertita piccola Simbi esplode archi e fiati con forti braccine come fosse Von Karajan alla Scala. Trionfo.