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Intervista a Jonathan Hultén: “Con la luce della comprensione l’oscurità del labirinto svanisce”
Nella New York dei Manicburg, nel nuovo video di Rodents in anteprima

Intervista a Jonathan Hultén: “Con la luce della comprensione l’oscurità del labirinto svanisce”

Stefano Morelli ha parlato con Jonathan Hultén del nuovo album Eyes Of The Living Night e di molto altro
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Ph: Morgan Tjärnström

Stefano Morelli ha parlato con Jonathan Hultén del nuovo album Eyes Of The Living Night e di molto altro

“Suonare il pianoforte è come cantare con le dita”, sosteneva un gigante della tradizione classico romantica come Fryderyk Chopin. Con l’autore in causa possiamo estendere questo principio, ossia portare il concetto di “canto” a un livello percettivo e sensoriale più elevato, organico, in cui centrale diviene l’evento del flusso espressivo, di movimento sonoro come forma pura dell’animo, e quindi di cura. Una voce, una maschera, un arpeggio, un mudra. Fateci caso rincorrendo le manifestazioni video che hanno accompagnato Jonathan Hultén e lo accompagnano tutt’oggi, le ascese e le discese dei movimenti armonici sono sempre caratterizzati da un codice di “gesto e voce” che ne descrive il significato, o meglio lo rappresenta nello spazio, lo forma. Un sensibile dell’etere, che non a caso rintraccia similitudini con altri grandi poeti del canto e del gesto come Nick Drake, Tim Buckley, Brendan Perry, Leonard Cohen e Enya. Incontrandolo abbiamo scoperto, tra l’altro, quanto l’esperienza estetica della danza, così come del cinema espressionista e degli anime nipponici, siano stati centrali nel suo percorso di crescita individuale. Termine quest’ultimo necessario, se pensiamo quanto l’odierno trittico compositivo del nostro, ossia l’esordio Chants From Another Place, la sua estensione naturalistico-pagana The Forest Sessions e l’attuale Eyes of The Living Night, siano sorti all’indomani dell’esperienza gotico tellurica, ma pur sempre progressiva, dei Tribulation. Certo è che la natura sinfonica, quella prettamente cinematografica e a suo modo operistica, dipinge Eyes of The Living Night di una luce particolare, fiabesca e trasversale al contempo, si muove in quella terra di mezzo dove kandinskyanamente suono e pittura-colore s’incontrano e lo fa assomigliare ai voli inimitabili ma inclusivi e totalizzanti di Genesis (quelli con Peter Gabriel), primi Queen, Bowie, Doors, Bach, Pärt, Glass & Eno ed Einaudi. E partiamo proprio da qui, dal rinnovato incontro tra composizione sonora e artwork di cui Hultén è assoluto e principale artefice.

Nel dipinto-ritratto che hai concepito per il nuovo album, la luna non solo compare come crescente ma la sua luce, il suo fuoco, è circoscritto da alcune rose. L’immagine intende celebrare la nascita di un nuovo orizzonte? La rivelazione di una nuova estetica del tuo paesaggio intimo e creativo?

“In un certo senso ho cercato di dare una diversa forma autorale alla composizione, concentrandomi su una definizione più cinematografica e romantica del tutto. Considero il volto ritratto in copertina come una personificazione delle atmosfere che definiscono l’album, un volto che appunto osserva il mondo con “gli occhi della notte vivente”. La materia organica che lo circonda riflette la natura vivente e costantemente mutevole dell’esistenza. Tutto ciò che ci circonda è vivente, segue un ciclo di nascita, vita e morte che cambia di continuo. Il fuoco ha un significato analogo, ma non in senso materico. È la forza vitale che risiede in ognuno di noi, la volontà di vivere, di creare, di fare esperienza; si tratta di quel fuoco innato che ci spinge a cercare il significato principale dell’esistenza e la giusta direzione, se ci predisponiamo ad ascoltarlo. Le rose invece rappresentano un ponte simbolico con The Roses, un canto di resilienza, di equilibrio e speranza, a me particolarmente caro, presente in Chants From Another Place”.

A ben vedere l’attitudine del rock sperimentale, e della tradizione glam, possono essere intesi come luoghi per la ridefinizione dei codici poetici. È qualcosa che ti coinvolge non solo a livello sonoro, forse uno dei tanti insegnamenti di Hunky Dory, penso al tema immaginifico di The Dream Was The Cure. Concettualmente possiamo considerarla come una progressione di Leaving?

“Non ci avevo mai pensato prima, in effetti c’è un legame molto stretto tra The Dream Was The Cure e Leaving, sono state scritte col medesimo spirito, la medesima intenzione se vuoi. Entrambe hanno a che fare con l’idea di Arte come strumento per distruggere e trasformare le limitazioni, sia quelle autoimposte che quelle esterne e sociali. Leaving si lega al primo stadio di questo processo, è l’anticipazione del cambiamento, il “leaving the ground”, mentre The Dream… fotografa la fase intermedia o l’esperienza della trasformazione, ossia il ‘flying away with wings’”.

Da una tradizione classico notturna alla Chopin fino a contemporanei come Einaudi, le armonie della musica da camera diventano luoghi di immaginazione cinematografica. Qui è la volta di Through The Fog, Into The Sky, che doppia The Fleeting World. Altrove hai evocato anche Bach, come nel caso di …And The Pillars Tremble all’interno delle Forest Sessions. Su di un piano prettamente neo sinfonico, a quali autori fai riferimento?

“Riguardo ai compositori classici contemporanei, le mie preferenze vanno verso Philip Glass, Arvo Pärt, Max Richter, Jóhann Jóhannson, Ludovico Einaudi, Jordi Savall e Nils Frahm, tra i tanti. Adoro anche ascoltare le colonne sonore dei film e dei videogochi, come ad esempio Hollow Knight di Christopher Larkin. Senz’altro Through The Fog, Into The Sky è molto vicina a Einaudi sul piano del metodo, ma le melodie si sono originate da Song of Transience e in seguito le ho riconfigurate per la parte pianistica… magari è addirittura accaduto il contrario ma non me lo ricordo. Detto questo, non ho l’abitudine di ispirarmi a un singolo compositore specifico, tutto accade spontaneamente come parte della vasta libreria di riferimenti che ho in memoria, emergono spunti, idee, e prendono una loro forma specifica. L’ispirazione arriva da tutto e da niente in particolare, allo steso tempo”.

Però, ascoltando brani come Ostbjorka Brudlat sarebbe fantastico poter ricevere un tuo episodio di solo voci e effetti, un lavoro sperimentale, una sorta di requiem, alla maniera di Diamanda Galás o György Ligeti…

“Grazie davvero, sarebbe splendido realizzarlo prima o poi! Ho molte idee inerenti a concept album di questa natura ma il tempo limita la possibilità di poterle esplorare totalmente. Credo sia una delle condizioni della vita, tutto scorre così rapidamente che dobbiamo scegliere con molta attenzione di cosa preoccuparci e di come spendere i nostri giorni. Questi aspetti esistenziali diventano più palpabili col passare degli anni”.

Song of Transience e Falling Mirages, tra l’altro, sono due argute esplorazioni sonore collegabili alle nursery rhymes e alle fairy tale songs. Possiamo considerare la tua idea di neo folk come l’equivalente di un viaggio onirico arcaico e curativo, l’esatto opposto della variante neo apocalittica anglosassone?

“Non mi piace il termine neo folk e non lo utilizzo a causa delle sue dubbie connotazioni, in parte questo è il motivo che mi ha spinto a rintracciare una definizione per la mia musica, ossia una sorta di Ambient Dream Grunge, ma “viaggio onirico arcaico e curativo” è una descrizione davvero molto bella e accurata. Mi auguro che Eyes of The Living Night possa offrire al pubblico un’esperienza di ascolto definibile in questi termini”.

Aiutaci a comprendere meglio un aspetto, ma il “miraggio che crolla” l’intendi come una forma di illuminazione?

Falling Mirages affronta il problema delle relazioni interpersonali, qui visualizzate come strutture materiche, ad esempio una casa o un castello. Se il castello, come dice il testo, è costruito su basi solide non cadrà facilmente, poiché definito su saldi principi, in caso contrario invece crollerà. Ma la parte simbolica del miraggio contiene un significato differente rispetto alla lirica; deriva anch’essa dalla visualizzazione ma qui il castello scompare nel nulla, esattamente come un miraggio. Questo suggerisce che la relazione a monte era illusoria fin dall’inizio, costruita su sogni e speranze mal riposte. Il titolo è una combinazione di queste due metafore inerenti ai temi della caduta e della scomparsa. Quindi direi di sì, ha a che fare con l’illuminazione e la consapevolezza, ossia con la reale comprensione della natura di una relazione; capirne le circostanze evitando l’annebbiamento causato dalle idealizzazioni e dai desideri. Si tratta di un invito ad affrontare la realtà di una situazione, dire come stanno le cose all’interno del proprio cuore tenendo conto che il legame potrebbe rompersi, oppure sottostare alla pressione”.

Il trittico di The Call of Adventure, The Dream Was The Cure e Afterlife, custodisce una particolare dimensione gaelico progressiva, qualcosa a cavallo tra Enya, Schulze e Vangelis, che si va ad affiancare ai momenti più rinascimentali e neo medievali…

“Il vasto paesaggio della musica di Enya, così quanto l’uso dei sintetizzatori nelle sue composizioni, sono stati di fondamentale ispirazione per me. Intorno al 2017 ebbi un periodo di totale immersione nei suoi territori musicali, e credo che quella fase continui a vibrare nel modo in cui concepisco la composizione sonora tutt’ora. Ho un debole per i riverberi lunghi ed enormi, molto probabilmente ciò è dovuto all’influenza di Enya, almeno in una certa misura. I brani che hai citato hanno questo in comune, sebbene l’ispirazione sia nata anche da un mix di altre fonti: colonne sonore per giochi Nintendo come i primi tre Donkey Kong Country, ad esempio, i lavori iniziali di Lana Del Rey, le composizioni elettorniche dei Knife, Turbo dei Judas Priest e molte altre, lievemente accennate di momento in momento”.

Nelle note esplicative di Afterlife parli di una candela accesa nel labirinto dell’abisso, o meglio nel passaggio del regno della morte. Mi piacerebbe sapere se consideri questa candela come la voce interiore, o la voce del dharma (volendo usare un riferimento tibetano, e in particolare Il Libro dei Morti), che ti guida nella giusta direzione. Potrebbe essere la musica, e quindi un uso particolare dei toni vocali e degli strumenti (come nel tuo alto approccio), il ponte per un buon passaggio e magari anche per un buon ritorno?

“La candela illumina la nostra profondità e potrebbe prendere assolutamente la forma della voce interiore, allo stesso modo può essere riferita all’intuizione. Quando metaforicamente raggiungi il centro del labirinto e trovi il suo tesoro nascosto, la candela, ottieni l’accesso a una nuova comprensione della realtà e di te stesso. Annulla le ombre del dubbio e dell’incertezza, dell’ansia e della paura, poiché all’improvviso capisci il come e il perché di ogni cosa. Con la luce della comprensione l’oscurità del labirinto svanisce. Come nel mito platonico, vedi ciò he hai intorno con maggiore chiarezza, comprendi dove stai andando e ciò che ti aspetta, in modo da evitare di entrare in ulteriori trappole o di ripetere errori passati e vecchi schemi mentali distruttivi. Il labirinto potrebbe rappresentare tutto ciò che ti trattiene e confonde, ma con la candela a illuminare il tuo sentiero sarà più semplice uscirne e passare infine dall’altra parte, più sano e più felice”.

Il Bardo Thodol dà precise indicazioni in tal senso in effetti, per aiutare chi entra nel passaggio-spazio: dire loro con voce ferma e delicata ciò che hanno fatto, in positivo per il ricordo, e quali segnali seguire dall’altra parte, soprattutto di non temere ciò che vedranno (specie gli spiriti arrabbiati; comprenderli in quanto parte di se stessi)…

“Questa è una descrizione bellissima, assolutamente affiancabile al senso narrativo e spirituale di Afterlife; a suo modo lavora anche come metafora delle molte fasi di sottile trasformazione che attraversiamo mentre viviamo le nostre vite, plasmate dalle nostre singole esperienze. Penso che considerare e riconoscere gli spiriti tristi e arrabbiati come aspetti di noi stessi sia un esercizio salutare, tra l’altro. La maturità emotiva mi appare come l’unico processo possibile per diventare gradualmente più consapevoli di se stessi e delle proprie emozioni indisciplinate. Comprendere perché si manifestano, vocalizzarle responsabilmente e, nel migliore dei casi, trasmutarle in energie benevoli e armoniose”.

Torniamo per un attimo a un brano particolarmente splendido della tua produzione, The Mountain. In esso affermi: “Nella danza ho trovato la mia risposta”. Immagino tu faccia riferimento alla danza della realtà, dell’arte e del sogno, un po’ alla maniera di Jodorowsky. Riflettendo sul tuo sentiero sin dalle origini, anche rispetto all’esperienza all’interno dei Tribulation, pensi di aver trovato la tua vetta o almeno parte di essa?

“Intendo la danza come la migliore metafora riferibile all’arte, all’ispirazione e a tutto ciò che c’è di buono nella vita, a quando tutto scorre in modo armonico e acquisisce senso. Può ovviamente riferirsi a differenti aspetti, dipende dal contesto, ma è quasi sempre qualcosa di edificante, spesso ci gravito intorno quando descrivo qualcosa di veramente positivo e significativo. Metafore a parte, penso che la danza sia la migliore forma d’arte in assoluto per sperimentare la sensazione di essere vivi: completamente immersi nel momento presente e preferibilmente in combinazione con la musica. Sicuramente reincorporerò questo aspetto nelle mie esibizioni future. Detto questo, non sono certo arrivato alla mia vetta, sto ancora scalando il pendio della Montagna e continuo a domandarmi cosa troverò all’apice”.

Recentemente mi sono imbattutto in alcune tue vecchie foto dal vivo, dove al tuo fianco compare una sorta di pupazzo con le maschere del No Face de La Città Incantata di Miyazaki. È curioso, in un certo senso la candela-guida di Afterlife potrebbe essere associata anche all’Airone (soggetto presente nell’ultimo film Il Ragazzo e L’Airone). Potremmo considerarla come una chiave di lettura della tua evoluzione epica e visuale?

“Non ho ancora visto Il Ragazzo e L’Airone purtroppo, ma è un punto di vista interessante poiché il cinema di Miyazaki fu una grande scoperta durante la mia adolescenza. La Città Incantata in particolare mi impressionò non poco, quando lo vidi per la prima volta. L’interesse che nutro per l’animazione come medium creativo è in parte dovuto alla tradizione trasmessa dallo Studio Ghilbi, non a caso negli anni successivi ho potuto introdurre questa mia passione e la natura di quei codici nella genesi di video come Where Devils Weep e The Mountain. Quindi sì, No Face è stato l’ispirazione estetica per un paio di decorazioni di scena. Si trattò di un’interpretazione delle maschere teatrali della commedia e della tragedia, mi parve la scenografia più adatta in quel momento”.

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In The Call Of The Adventure affermi: “Oscurità, possiedi la chiave di cui ho bisogno per arrivare dove intendo/Fuoco, lascio che illumini la mia strada verso i luoghi che sono destinato a vedere”. Si tratta di un concetto particolarmente ermetico, in parte mi ha ricondotto all’archetipo eroico di Prometeo, a un certo immaginario emperoriano, sbaglio?

“Qui il tema principale è l’esplorazione, sia interiore che esteriore. Avrò avuto all’incirca 22, 24 anni quando scrissi il testo, e la vita a quel tempo mi si presentava come un vasto, illimitato e inesplorato mare di possibilità, avventure e sogni. La elaborai nella prospettiva di un’anticipazione della vita che dovevo ancora vivere, pronta ad essere accolta con i sui alti e bassi, incluso il dolore causato dai dispiaceri e dalle illusioni. Ma giunti a quel punto, l’esperienza era tutto ciò che desideravo e cercavo, volevo anzitutto sentirmi vivo. Guarda caso, ho avuto la possibilità di rivedere questo brano dieci anni più tardi, in occasione delle Forest Sessions. Benché fossi in un luogo vulnerabile in quel momento, riguardai ai testi con più esperienza, e questo mi spinse a dire al me stesso più giovane: “Questa è una grande energia, ma attenzione a ciò che che desideri!”. Ora, a tre anni di distanza da quel ciclo, mi sembra che la prima versione della canzone contenga la maschera della commedia mentre la seconda quella della tragedia; o meglio, sono concettualmente analoghe ai Canti dell’innocenza e dell’esperienza di William Blake”.

Su di un piano più generale, e sociale, stiamo attraversando un periodo di profonda omologazione. Alcuni di noi distruggono sistematicamente anche la Terra… L’Avventura, come “il viaggiare nella notte” richiede coraggio, equilibrio interiore, volontà nella trasformazione, quanti ne sono consapevoli al momento?

“Indipendentemente da ciò, il senso del messaggio risuona ancora profondamente in me, anche ora che sono più vecchio: la vita è un viaggio, sii consapevole della tua mortalità ma al contempo mostra coraggio di fronte alle difficoltà. Segui la luce interiore che guida nei luoghi della speranza e dell’ispirazione, ma preparati anche ad attraversare le voragini più profonde della disperazione che si possono incontrare sulla strada. Continua a camminare e goditi la meraviglia di essere vivo in questo mondo, troverai la tua strada”.

Rispetto alla tua immagine estetica, ti sei per caso ispirato ad alcuni caratteri del periodo new wave o new romantic? Penso al primo Rozz Williams, a Lene Lovich o allo Steve Strange bowiano di Ashes To Ashes…

“Direi più a livello spirituale, per quel che concerne l’attitudine new wave e new romantic. Sul piano visuale ed esteriore invece, la mia ispirazione si è formata grazie ad alcuni illustratori fondamentali e alla loro immaginazione creativa, tra questi Harry Clarke, Aubrey Beardsley e Yoshitaka Amano. Direi anche l’estetica del cinema muto ed espressionista, sia nella scelta degli abiti che del trucco. Gli spunti sorgono da molte fonti e da molte epoche, ma spesso con me bisogna andare indietro di cento anni anziché di cinquanta”.

Beh, sai che l’immagine di copertina del tuo primo Ep The Dark Night Of The Soul, la figura che irrompe dal quadro intendo, ricorda da vicino quella di Only Theatre of Pain dei Christian Death? Solo che il tuo segno qui è ermetico, il silenzio, mentre quello di Williams era amletico, non trovi?

“Affascinante come analogia, l’immagine venne estrapolata dal video di Nightly Sun. Il segno del silenzio è un riferimento al testo; suggerisce un momento di attenzione, quiete, consapevolezza e concentrazione. Nel video viene visualizzato durante le frasi iniziali del brano: “Eccoci, a ridosso di un buco nel tempo, ancora qui, all’esterno il mondo scorre…” e via dicendo. La canzone parla di un’intuizione improvvisa e della determinazione a trovare e a seguire il proprio percorso di vita, guidati da questa visione interiore”.

Sei stato spesso associato a Nick Drake per la tua capacità di elaborare e leggere la natura folk acustica, sebbene brani odierni come Dawn, Riverflame e The Ocean’s Arms, abbiano più affinità con Tim Buckley e Brendan Perry. Riverflame in particolare, uno dei momenti più intensi dell’album, ha per caso tratto qualche ispirazione dal disegno complessivo di Eye of The Hunter?

“Ammetto di non conoscere Brendan Perry come solista ma prometto di rimediare, sono però grato del fatto che abbiate apprezzato Riverflame poiché è stata una composizione importantissima in questa fase. Si tratta del brano che mi ha permesso di uscire dalla classica comfort zone stilistica e di mettermi ulteriormente alla prova sul piano dei registri vocali. Scriverla è stata una chiamata ad evolvermi come cantante, registrarla mi ha condotto a una nuova formula, suonarla dal vivo sarà, mi auguro, la fase conclusiva del processo”.

In quest’ottica anche Vast Tapestry aggiunge un dettaglio, ossia il fatto che in te convivano i due aspetti d’intendere la formula folk: quello arcaico-intimista e neo pagano da un lato e quello sociale-filosofico dall’altro…

“Capisco che intendi, accade in Vast Tapestry come in Where Devils Weep, sono brani che riconducono alla classica idea di cantante folk o di cantautore: una voce, una chitarra, un brano strutturalmente semplice e una storia da raccontare. Bob Dylan, Leonard Cohen, Simon & Garfunkel, Scott Walker, l’idea incarnata da questi artisti mi ispira da sempre, anche tutt’ora. Qualcosa che ha a che fare con l’idea di un gruppo di persone radunate attorno a un fuoco nella notte a cantare e a suonare, quel senso di unità e intimità. Quantomeno è l’immagine specifica che colgo quando ci penso, l’ho sempre trovata particolarmente ispirante”.

Il trittico di The Saga And The Storm , A Path Is Found e Starbather , svela invece un particolare vestito progressivo psichedelico, ma allo stesso tempo mitico in virtù dell’arrangiamento. Rimandano a un mondo narrativo simile a quello dei Genesis del periodo Gabriel o ai Queen tolkeniani del secondo album. A ben vedere è una delle peculiarità più evidenti del nuovo album…

“Sono brani che discendono da un modo prog rock tradizionale di lavorare sui suoni, specie Starbather. Infatti è l’unico brano con una batteria regolare e un assolo di chitarra, funge da tocco finale per l’album nel suo complesso e regala un po’ di familiarità dopo tutte le tracce sperimentali che lo precedono. Inoltre, l’uso estensivo degli accordi maggiori è unico sia in Path Is Found che in Starbather, permette di chiudere il disco con una nota felice e speranzosa. Questo è importante per me, sforzarsi di concludere tutte le storie della vita con un’atmosfera positiva; non è mai semplice ma credo sia salutare su di un piano psicologico”.

The Saga And The Storm forse è il più figurativo dei tre, i suoi flussi e le sue figure sonore sono più aperte, su di un piano cinematografico e teatrale è corretto evidenziare una qualche affinità con le pose progressive e bergmaniane che definirono i Tribulation di Children of The Night? Specie in brani come Cauda Pavonis?

“Con The Saga And The Storm ho permesso che l’ispirazione mi portasse in un luogo che in passato sarebbe stato riservato ai Tribulation, ma scrivendo questa canzone ho restituito quello spazio creativo alla sua fonte originaria, evolvendolo nel contesto cantautorale. Sotto molti aspetti, l’album parla della riscoperta della propria voce creativa e di come lottare per mantenerla integra, ed è proprio lo stile di questa canzone a veicolare tale messaggio meglio di altre. In linea generale, mi sto avvicinando ai paesaggi sonori delle canzoni come se fossero delle colonne sonore, quindi c’è assolutamente un’intenzione cinematografica e teatrale, semplicemente in The Saga And The Storm risulta più accentuata. Si sta espandendo in territori inesplorati e sperimenta più liberamente coi suoi elementi, infatti è stato uno dei pezzi più divertenti da comporre. Certo, come in certe forme dei primi Queen ha in sé più del movimento ansioso e irrequieto, ma si tratta pur sempre dell’inizio di un viaggio con le sue inquietudini e le sue aspettative”.

Chiudiamo con un ulteriore riconoscimento; il 2024 e l’incontro coi Cult e il loro Spiritwalker…

“È stato un onore aprire per il loro concerti in Europa e in Inghilterra lo scorso anno, sin da ragazzo ho sempre avvertito una certa affinità spirituale nei loro confronti e averli conosciuti personalmente ha rinforzato in me stima e gratitudine. Il merito va principalmente a Irene Talló dei Lys Morke, che mi ha introdotto all’attenzione di Astbury e Duffy durante il tour commemorativo 8424”.

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