
Un’intervista a cuore aperto con l’ex Galaxie 500 Dean Wareham
di Cesare Lorenzi
Tutto ha inizio tra i viali di Harvard a metà degli anni Ottanta, quando l’incontro tra Dean Wareham, la bassista Naomi Yang e il batterista Damon Krukowski porta alla nascita dei Galaxie 500, una band destinata a ridefinire i connotati dell’indie rock americano. Tra il 1988 e il 1990 pubblicano una manciata di singoli e tre album che, col tempo, si affermano tra i lavori più amati del rock indipendente degli ultimi quarant’anni, conferendo alla band uno status di culto riservato solo a pochi eletti. Il loro background accademico e la sobria raffinatezza dell’immagine si sposano perfettamente con un suono in cui le chitarre evocano nomi come Velvet Underground, Television e Feelies. Conclusa l’avventura dei Galaxie 500, non senza polemiche e accuse reciproche tra Dean Wareham da una parte e la coppia Naomi Yang e Damon Krukowski (legati anche nella vita) dall’altra, prende il via l’esperienza Luna. Con questa nuova formazione, Dean Wareham attraversa tutto il decennio degli anni Novanta fino al 2004, pubblicando sette album. Dopo un primo periodo sotto contratto con la Elektra, la band continua a produrre dischi di grande qualità, alcuni dei quali eccellenti, consolidando ulteriormente il proprio successo. I Luna si sciolgono nel 2005 per decisione dello stesso Wareham, che sente la necessità di chiudere quel capitolo della sua carriera per intraprendere nuove strade artistiche. A quel punto, Wareham forma il duo Dean & Britta insieme alla bassista Britta Phillips, entrata nei Luna nel 2000 e poi diventata anche sua compagna nella vita. Insieme pubblicano dischi di buon livello, comprese alcune colonne sonore, a cui si aggiungono lavori da solista e una collaborazione con Cheval Sombre. Dean Wareham si racconta senza remore, direttamente dalla sua dimora losangelina, in un’intervista a cuore aperto che toccherà tanti aspetti: emergeranno i fantasmi dei Velvet e dei Television, i contrasti con gli ex compagni, l’orgoglio di definire i Galaxie 500 come una band politica. Ma ci sarà spazio anche per riflessioni più intime e sentimentali, che hanno lasciato un segno nelle nuove canzoni. Tra queste profondità emotive, il ricordo di Kiko Loiacono, tour manager della band e figura fondamentale della scena indie, assume un ruolo centrale: non solo come presenza spirituale, ma anche come catalizzatore di un approccio più genuino e spontaneo alla scrittura, restituendo a queste nuove composizioni un candore ormai raro.
La prima domanda è inevitabile: parliamo della tua recente collaborazione in studio con Kramer. Sono passati più di trent’anni dal vostro ultimo lavoro insieme, quando registraste l’ultimo album dei Galaxie 500. Com’è stato ritrovarsi a lavorare di nuovo fianco a fianco dopo così tanto tempo?
“Io e Kramer siamo rimasti in contatto nel corso degli anni e ogni volta che passava da Los Angeles ci incontravamo. Spesso mi ricordava quanto fosse assurdo che non avessimo mai fatto un altro album insieme, e io gli rispondevo sempre che prima o poi sarebbe successo. Poi è arrivata la pandemia, e entrambi abbiamo perso alcuni amici. Quando se n’è andato anche Kiko Loiacono, la cosa mi ha colpito profondamente e ho capito che non saremmo stati qui per sempre. A quel punto, ho realizzato che questo album doveva essere fatto davvero, invece di restare solo un’idea di cui continuavamo a parlare”.
Ascoltando il disco e considerando lo stile produttivo così riconoscibile di Kramer, emerge la sensazione di un ritorno alle origini. È come se, dopo trentacinque anni e tutte le esperienze che sono seguite, questo lavoro riuscisse a condensare tutto, riportandolo, almeno idealmente, al punto di partenza. È una sensazione che condividi?
“È una domanda interessante. A livello personale, realizzare un album con il primo produttore con cui ho lavorato ha effettivamente avuto il sapore di un ritorno. Certo, non possiamo davvero essere di nuovo ciò che eravamo all’inizio della nostra carriera, anche se qualcuno ci prova. I Rolling Stones, per esempio, hanno pubblicato un album blues qualche anno fa, ma non sono più le stesse persone, e questo si percepisce chiaramente. Anch’io, nel frattempo, ho realizzato molti altri dischi: oggi conosco più accordi, so come cantare davanti a un microfono, cosa che, onestamente, nel 1989 non sapevo fare. Eppure, sotto certi aspetti, lavorare con Kramer è stato esattamente come allora: abbiamo registrato rapidamente, e lui ha insistito perché facessi solo una o due take di chitarra. È stata una sfida, ma alla fine preferisco questo metodo rispetto al dover ripetere un assolo all’infinito”.
Ai tempi dei Galaxie 500, Kramer veniva spesso percepito come il quarto componente della band, una figura discreta ma essenziale dietro le quinte. Qual è stato concretamente il suo ruolo nella definizione di quei dischi? E come descriveresti, invece, il suo contributo a questo tuo ultimo lavoro?
“Sì, assolutamente. Kramer era esattamente questo: il nostro quarto membro, un po’ come George Martin per i Beatles. Ci ha insegnato a registrare dischi e a curare gli arrangiamenti. Le sue produzioni erano straordinarie, soprattutto considerando che ogni missaggio veniva realizzato e finito in circa un’ora, mentre molti altri produttori impiegavano giorni interi. In questo nuovo album è stato ancora più coinvolto: suona in tutte le canzoni e aveva già in mente gli arrangiamenti fin dal primo momento che si è presentato in studio.”
Anche questa volta sarà Kramer a scrivere le note di copertina del disco, come fece per On Fire dei Galaxie 500? Quelle parole sono rimaste impresse nella memoria di molti appassionati della band…
“Kramer è un ottimo scrittore e ha davvero molte storie da raccontare, in passato qualcuno ha persino pubblicato alcune delle sue cose. Ma questa volta niente liner notes, tranne che su Bandcamp, dove il mio amico Matt Fishbeck (ndr: qualcuno ricorderà gli Holy Shit, il progetto che condivideva con Ariel Pink) ha scritto un testo con questo tono surreale, molto simile a quello che Kramer aveva realizzato all’epoca”.
Ascoltando l’album, oltre alla qualità delle canzoni e alla maturità della scrittura, sono rimasto particolarmente colpito dalle scelte sonore. Le chitarre suonano benissimo, ma ho trovato anche gli arrangiamenti degli archi presenti in alcuni brani davvero eccellenti: sembrano perfettamente integrati, riuscendo a valorizzare in maniera efficace la struttura stessa delle composizioni.
“In realtà, c’era un solo musicista agli archi: il violoncellista Gabe Noel, che ha scritto gli arrangiamenti sul momento, senza aver mai ascoltato prima le canzoni, con un piccolo aiuto da Kramer. Io e Britta lo abbiamo conosciuto un paio di anni fa, suonando insieme in un concerto. Quando gli ho detto che stavo lavorando di nuovo con Kramer, ha subito espresso il desiderio di partecipare, soprattutto per poterlo finalmente conoscere di persona. Ha registrato tutte le sue parti di violoncello in circa tre ore e, a un certo punto, si è fermato, dicendo che doveva assolutamente raccontare una storia a Kramer. Gli ha spiegato che, da adolescente, suo fratello maggiore gli aveva regalato gli album dei LOW prodotti proprio da Kramer, dischi che gli avevano cambiato la vita e lo avevano reso il musicista che è oggi. Alla fine del racconto si è commosso. È stato un momento piuttosto insolito, decisamente emozionante”.
Più in generale, quanto spazio lasci all’improvvisazione quando registri in studio? Arrivi con un’idea già precisa e definita di come dovranno suonare i brani, oppure preferisci lasciare che certi elementi emergano spontaneamente durante la registrazione?
“Avevo realizzato dei demo delle canzoni e avevo anche proposto a Kramer di ascoltarli prima di entrare in studio, ma lui ha preferito non farlo. Mi ha detto che ama lavorare in modo spontaneo, perché le sue migliori idee nascono sul momento. Anch’io credo sia fondamentale lasciare spazio affinché le canzoni si sviluppino direttamente in studio. Del resto, è proprio questo il senso della registrazione. Il momento davvero emozionante arriva quando una canzone si trasforma. Non siamo lì per riprodurre fedelmente un demo, a cui, purtroppo, molti musicisti finiscono per affezionarsi troppo”.
That’s the Price of Loving Me sembra una canzone particolarmente emblematica: citi Fassbinder e Veronika Voss, affrontando temi come la passione artistica e l’ispirazione che lentamente sfuma. È interessante come questa sensazione di inquietudine («Out of Melodies to Burn», canti a un certo punto) venga espressa in uno dei tuoi brani più belli, quasi fosse la risposta definitiva a tutte le incertezze evocate nel testo stesso…
“È una canzone che parla della vita in tour, o almeno di quei giorni in cui sei stanco di passare tutto il tempo alla guida. Quando ho scritto il verso ‘Out Of Melodies To Burn, Out Of Cities To Invade’ pensavo alla mia vita, ma anche alla figura di Kiko. Quando canto ‘I Dreamt That You Were Coming Home / In A Sprinter Made Of Chrome / Thought I Saw You In King’s Cross But You Were Gone With Veronika Voss’, racconto sostanzialmente di un sogno che ho fatto su di lui. In effetti, lui guidava davvero uno Sprinter, rosso, non cromato. Passava ancora più tempo di me in giro per il mondo, e questo aveva avuto un forte impatto sulla sua vita sentimentale. È difficile costruire una relazione stabile se sei sempre sulla strada. Insomma, ritornando al testo della canzone, questo è ‘il prezzo da pagare per amarmi’”.
Ho immaginato che You Were the Ones I Had to Betray potesse riferirsi alle aspirazioni e alle ambizioni iniziali con cui ogni artista deve confrontarsi nel corso della propria carriera e al modo in cui queste si conciliano con la realtà di tutti i giorni.
“La canzone in realtà racconta di come l’amicizia possa diventare complessa e, a volte, portare al tradimento. In teoria, l’amore e l’amicizia dovrebbero renderci persone migliori, ma non sempre è così. Non tradiamo i nemici, ma le persone a cui vogliamo bene: amici, compagni, membri della nostra band. Prima o poi, probabilmente, tutti finiamo per tradire qualcuno”.
Kiko Loiacono era un caro amico. Ci siamo conosciuti nel 1991 al Festival di Reading, e l’ultima volta che ci siamo visti è stato nel 2019 ad Amsterdam, a un concerto degli Spiritualized. Anche dopo quel giorno siamo rimasti spesso in contatto. Puoi immaginare la mia sorpresa e la mia commozione nel leggere sulla stampa inglese, durante la presentazione del tuo nuovo disco, che il ricordo di Kiko è stato fondamentale nell’ispirare le tue nuove canzoni…
“Kiko era un diamante. L’ho conosciuto tramite Sonic Boom, quando lavorava ancora come farmacista e occasionalmente faceva il DJ. Alcuni anni dopo, io e Britta eravamo in tour in Spagna e lui aveva cambiato carriera: era diventato tour manager dei Ringo Deathstarr, la nostra band di apertura. Da allora ha lavorato anche per i Luna e per i miei concerti solisti. Io e Britta siamo stati spesso ospiti a casa sua, ci lasciava addirittura la sua stanza da letto, e lui veniva a stare da noi a Los Angeles. Di solito, durante i tour, chiediamo all’autista di non mettere musica perché preferiamo viaggiare in silenzio. Ma Kiko aveva un gusto musicale talmente raffinato che gli lasciavamo sempre il ruolo di DJ. In realtà, ci sono due canzoni dell’album che parlano di lui. Ho già menzionato That’s The Price Of Loving Me, ma anche The Mystery Guest contiene alcuni riferimenti diretti a Kiko. Il primo verso recita: ‘M for Mercurio House’, il nome che aveva dato alla sua casa di Londra, ispirandosi al suo gatto. Poi c’è ‘S for Summer Smash’, perché amava suonare Summer Smash di Lawrence durante i tour, la metteva sempre in furgone. E quando canto ‘Jubilation’, penso a una canzone di Norma Tanega che Kiko ascoltava ogni giorno nel nostro ultimo tour insieme: è un brano bellissimo sull’essere innamorati. L’ultima volta che ho visto Kiko è stata il 31 luglio 2022, a Glasgow. Avevamo appena concluso un tour nel Regno Unito insieme e, dopo colazione in hotel, ci siamo salutati. Lui è ripartito subito in macchina verso Londra. Ora sto iniziando questo nuovo tour proprio dalla stessa città e nello stesso hotel. Sarà sicuramente una sensazione strana, ma forse ho scelto quel posto proprio per ricordare quel momento”.
La mia canzone preferita del nuovo album è Bourgeois Manqué: ha una melodia così coinvolgente che mi è rimasta subito impressa. Potresti raccontarmi qualcosa di più su questo brano?
“È anche la mia preferita e credo sia un perfetto esempio di ciò che può accadere in studio. All’inizio pensavo che fosse un pezzo di poco conto, solo due accordi e io che parlavo sopra la musica. Ma quando abbiamo iniziato a suonarla in studio, specialmente dopo aver aggiunto la chitarra acustica, ha preso immediatamente vita. Kramer mi ha detto: ‘suonala come Willie Nelson’. L’espressione Bourgeois Manqué è tratta da una novella di Thomas Mann, Tonio Kröger, che ho letto da adolescente ma continuo a riscoprire. Racconta di un artista che torna nella città della sua infanzia, dove nessuno lo riconosce; anzi, viene addirittura interrogato dalla polizia, che sospetta possa essere un criminale. In quel racconto, un amico lo definisce proprio Bourgeois Manqué: qualcuno che è artista ma anche borghese e che, in realtà, non si sente completamente a proprio agio in nessuna delle due dimensioni. Chiaramente, però, è anche una canzone politica: faccio riferimento alla mia giovinezza da adolescente trotskista e al genocidio a Gaza”.
Ripensando alla fine degli anni Ottanta, ho la netta impressione che Melody Maker e la stampa musicale britannica abbiano accolto con entusiasmo i Galaxie 500 fin da subito. Hai avuto anche tu la sensazione che in Europa, e soprattutto in Inghilterra, ci fosse una comprensione più profonda della vostra musica rispetto agli Stati Uniti? Negli USA qualcuno cercò di inserirvi nel movimento Paisley Underground, ma in realtà sembravate piuttosto isolati, senza una scena precisa di riferimento. Condividi questa percezione?
“In realtà, ci piacevano molto le band del Paisley Underground, e probabilmente esisteva una scena simile anche sulla East Coast, con gruppi come i Feelies e gli Yo La Tengo. Tuttavia, a Boston non sentivamo di appartenere davvero a una scena specifica: molte band locali suonavano un rock più pesante, spesso vicino a una sorta di proto-grunge. Per noi le cose si mossero più rapidamente in Inghilterra e in Europa, dove la stampa britannica ci accolse subito con entusiasmo. Forse, in Inghilterra è più semplice per un uomo mostrare apertamente un lato sensibile”.
Come nacque la vostra collaborazione con Rough Trade? Come siete entrati in contatto con loro e cosa vi ha spinto a scegliere proprio quell’etichetta?
“Eravamo sul punto di firmare con la Slash Records, che si mostrava molto interessata, ma qualcosa non ci convinceva del tutto. Nell’estate del 1989, suonammo al New Music Seminar di New York e lì incontrammo Geoff Travis di Rough Trade. Quell’incontro fu sufficiente per decidere: era una persona completamente diversa, non ha mai cercato di dirci cosa fare e come farlo. Fu una scelta scontata fin da subito”.
Durante il tuo percorso con i Luna hai avuto l’occasione di collaborare con figure leggendarie come Sterling Morrison e Tom Verlaine. Si dice spesso che incontrare i propri idoli possa essere rischioso, perché c’è sempre la possibilità di rimanere delusi. Nel tuo caso, invece, che tipo di esperienza è stata? Quali ricordi hai di quegli incontri?
“Entrambi erano persone splendide. Con Tom sono rimasto amico fino alla fine: era un uomo molto timido, che faceva fatica ad aprirsi con chi non conosceva, ma una volta superato quel primo ostacolo era davvero piacevole trascorrere del tempo con lui. In realtà, l’esperienza in studio con entrambi è stata molto simile. Avevamo chiesto loro di suonare su brani lunghi circa otto minuti e, nel momento in cui hanno iniziato a farlo, abbiamo riconosciuto immediatamente uno stile inconfondibile, qualcosa che scaturiva direttamente dalle loro mani. Entrambi hanno realizzato assoli straordinari, diventati i momenti più alti di quei due album. Ho incontrato Sterling durante il tour di reunion dei Velvet Underground nel 1993, quando i Luna erano il gruppo di apertura. Un giorno ci disse che gli piaceva molto una nostra canzone, Friendly Advice, così gli chiedemmo di registrarla insieme a noi in studio. Fummo molto sorpresi quando accettò. Dopo quell’esperienza, però, non trascorremmo molto tempo insieme: uscimmo a bere qualcosa un paio di volte e ricordo che, in un’occasione, quando passò dalla nostra città suonando nella band di Moe Tucker, si lamentò di un forte dolore alla schiena. Quel dolore si rivelò poi essere il tumore che, purtroppo, lo portò via troppo presto. Sterling era davvero un chitarrista straordinario, elegante e di grande gusto, mai interessato a mettersi in mostra.”
Tornando al nuovo album, innanzitutto, complimenti per la scelta della canzone di Nico e per il tuo impeccabile tedesco. Restando in tema di cover, ho sempre trovato affascinante l’idea che reinterpretare una canzone di un altro artista sia un atto di generosità, quasi un modo per tramandare un’eredità musicale alle nuove generazioni. Personalmente, alcune cover mi hanno aperto interi mondi musicali. Oltre al brano di Nico, hai incluso anche una canzone di Mayo Thompson. Più in generale, qual è il tuo approccio nella scelta dei pezzi da reinterpretare?
“Quando ascolto qualcosa che amo, ho due opzioni: prendere in prestito la progressione di accordi per scrivere una mia canzone oppure farne una cover. A volte, potrei persino fare entrambe le cose. Ma trovo divertente scoprire una canzone dimenticata e riportarla in vita. Quasi nessuno conosce Reich der Träume di Nico, perché non è mai stata pubblicata in un suo album: uscì invece in un disco del suo chitarrista, Lutz Graf-Ulbrich, dove Nico era semplicemente un’ospite. L’ho scoperta su YouTube e ho sentito subito il desiderio di impararla. Mi piace cantare in tedesco, non è una lingua che apprezzo particolarmente nella musica rock, ma funziona bene in una canzone delicata, è un po’ come aggiungere il sale al cioccolato”.
Nel corso della tua carriera hai attraversato diverse fasi, dagli esordi indipendenti con Rough Trade all’esperienza con una major come Elektra ai tempi dei Luna, fino al ritorno in ambito indipendente. Nel frattempo, il panorama musicale è cambiato radicalmente con l’avvento dello streaming e dei nuovi modi di fruire la musica. Qual è la tua visione sull’industria musicale di oggi? E, per te, quanto è importante che i tuoi album continuino a essere disponibili in formato fisico?
“La prima cosa che impari nel music business è che tutto cambia continuamente: le persone cambiano lavoro, le etichette scompaiono, le scene indipendenti si dissolvono, i formati si trasformano. Per un certo periodo, negli anni Duemila, l’industria discografica sembrava morta, ma oggi ha ripreso a generare profitti enormi. Per quanto riguarda il formato fisico, non è qualcosa che mi preoccupa troppo: se qualcuno desidera davvero una copia, può sempre trovarla su Discogs. Il cambiamento più grande della nostra epoca è stata l’invenzione dell’MP3, che ha portato allo “scorporamento” degli album: all’improvviso si poteva acquistare una singola canzone su iTunes, senza dover comprare l’intero disco. Poi è arrivato lo streaming e la maggior parte delle persone ha iniziato ad ascoltare brani singoli e a creare playlist, invece di fruire gli album nella loro interezza. Ma non sono uno di quelli che vogliono imporre agli altri un modo preciso di ascoltare la musica, dicendo che dovrebbero sentire gli album anziché le singole tracce. Personalmente, amo il vinile perché è diviso in due lati, il che lo rende più facile da assimilare: magari il lato A il lunedì e il lato B il martedì, e in alcuni casi il secondo lato è persino meglio del primo. Per quanto riguarda la scrittura, compongo una canzone alla volta, senza pensare subito all’album. Tuttavia, se registri tutto nello stesso posto e nello stesso periodo, il disco alla fine avrà comunque una sua coerenza naturale.”
Ho trovato una lista dei tuoi album preferiti, in cui figurano nomi come Nina Simone, Suicide, The Feelies, Spacemen 3, Big Star, The Clash e The Velvet Underground, con gli LCD Soundsystem come unica scelta appartenente al nuovo millennio. Concordo pienamente sulla loro presenza in elenco e, naturalmente, è comprensibile sentirsi più legati ai dischi della propria giovinezza. Ma secondo te, negli ultimi venticinque anni, sono usciti album in grado di avere lo stesso impatto storico e culturale di quelli che hai citato? Oppure credi che, nel panorama musicale contemporaneo, sia ormai impossibile realizzare opere capaci di lasciare un segno così profondo e duraturo?
“Forse è ancora troppo presto per dirlo. I grandi siti musicali pubblicano liste con i ’50 migliori album dell’anno’, ma non sono sicuro che in ogni stagione ne escano davvero cinquanta degni di nota. Spesso fatico persino a trovarne dieci che mi entusiasmino davvero. Nell’ultimo anno, però, ho amato molto i nuovi lavori di Jessica Pratt e Cindy Lee. Non so quale impatto avranno nel lungo periodo, ma mi sembra già di sentire altri artisti che imitano Jessica Pratt. Un’altra che ha avuto un’influenza enorme è Lana Del Rey: si percepisce chiaramente come molte cantanti cerchino di essere come lei, vedi Taylor Swift, per esempio”
Riascoltando oggi Tugboat, una delle canzoni più belle dei Galaxie 500, colpisce quanto il brano sembri ancora attuale, soprattutto per il verso “I Don’t Wanna Vote For Your President”. All’epoca, immagino fosse un riferimento all’amministrazione Bush, ma oggi sembra assumere nuovi significati alla luce degli sviluppi politici recenti negli Stati Uniti…
“Molti pensano ai Galaxie 500 come a una band apolitica, ma in realtà quella frase esprime una posizione ben precisa. Forse, col senno di poi, la differenza tra Clinton e Bush Senior non era poi così marcata. In fondo, all’epoca, la differenza tra conservatori e democratici era minima. Oggi, invece, stiamo assistendo a qualcosa di davvero inquietante: attacchi alle università, alle minoranze, alla stampa e a un generale clima di caos. Personalmente, non ne sono stato colpito direttamente, ma la situazione è preoccupante”.
Secondo te, qual è il segreto della “canonizzazione” postuma dei Galaxie 500? Cosa rende la band ancora così influente e attuale, al punto che se ne parla ancora oggi? Naturalmente, le canzoni sono splendide, ma immagino ci sia qualcosa di più…
“Sì, è incredibile quanto questa eredità sia durata nel tempo e che ancora oggi ci siano ragazzi che si innamorano dei Galaxie 500, a trentacinque anni di distanza da quegli album. Non avremmo mai immaginato che potesse accadere. In qualche modo, però, con l’aiuto di Kramer, abbiamo creato dischi dal suono unico, che non sembrano appartenere né agli anni Ottanta né ai Novanta. Forse perché sono nati proprio in quel momento di transizione tra i due decenni. Certo, eravamo influenzati dal passato, ma siamo riusciti a trasformarlo in qualcosa di nuovo e forse i ragazzi di oggi si riconoscono proprio in quell’intreccio di inquietudine ed estetica che caratterizzava la nostra musica”.
In Italia, la tua autobiografia del 2008, Black Postcards, non è mai stata tradotta. So che nel libro parli anche dello scioglimento dei Galaxie 500. Potresti tornare brevemente su quel momento? Qual è oggi il tuo rapporto con gli altri membri della band e, in definitiva, quali furono le vere ragioni della separazione? So che, a un certo punto, hai parlato di una sorta di perdita dell’innocenza…
“Credo sia stata Naomi a parlare di una perdita dell’innocenza, ma io non l’ho mai vista in quel modo. Conosci il detto: ‘due è compagnia, tre è una folla’. Ecco, mi trovavo in una situazione in cui gli altri due esercitavano troppo controllo sulla mia vita, e questo non mi piaceva. Bilanciare amicizia e lavoro è sempre complicato, ed è uno dei rischi che si corrono quando si mette su una band con i propri amici. Potrei elencare molte ragioni per cui ho deciso di andarmene, ma non ce n’è mai una sola. Forse, alla fine, tutto si riduce al fatto che un trio è una formazione instabile, sempre in bilico tra equilibrio e tensione. Ad ogni modo, è stato meglio così: abbiamo realizzato tre album insieme, e tanto bastava”.
Qual è oggi il tuo rapporto con Damon e Naomi? Hai collaborato alla realizzazione di Uncollected, il box set di inediti e demo dei Galaxie 500 uscito lo scorso anno?
“Andiamo d’accordo ma ci sentiamo solo via mail. Abbiamo tutti ascoltato i brani e ci siamo scambiati suggerimenti sulla sequenza delle tracce di Uncollected. Non siamo amici, ma nemmeno nemici.”
Guardando al percorso che hai compiuto finora, ci sono momenti o decisioni che consideri particolarmente significativi? Se potessi rivivere alcune esperienze, c’è qualcosa che affronteresti in modo diverso?
“Forse potrei tornare indietro e riorganizzare meglio i Galaxie 500, prendere decisioni diverse sulla gestione della band, ma ormai è una possibilità che non esiste più. Ci sono dischi che registrerei in modo diverso, brani che lascerei fuori, ma alla fine anche gli errori fanno parte di ciò che siamo. Tutti gli sbagli che io e Britta abbiamo commesso nella vita ci hanno portato esattamente dove siamo oggi, a fare musica insieme. Quindi non posso lamentarmi. E con il passare degli anni, sento sempre di più l’urgenza di seguire ciò che voglio davvero, anziché assecondare le aspettative degli altri”.